Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie vai alla sezione

user_mobilelogo

“Ho vagato senza aiuto giorno dopo giorno. Ora cerco rifugio in te, vieni a salvarmi”      - Tyagaraja -

Erano le prime ore del mattino, l'oscurità spariva lentamente dal momento che eravamo saliti sul treno. Venkataraman non vedeva l'ora di vedere Arunachala, più ci avvicinavamo e più aumentava il suo entusiasmo.


All'inizio c'era la nebbia che a poco a poco stava svanendo, fu sempre più limpido, finché non apparve in modo esplosivo la cima di Arunagiri, 'il suo centro', le sue pre-colline e la sua base con le torri del tempio che toccavano le stelle. 

Il cuore di Venkataraman era immerso in un oceano di gioia, il suo corpo tremava, i suoi occhi erano pieni di lacrime che gli annebbiavano la vista della sua amata montagna Arunachala. Appena il treno arrivò alla stazione, Venkataraman camminò velocemente verso il Tempio, quasi correva.

In quelle prime ore del giorno, eccetto il vento-divino, nessuno rendeva omaggio al Signore. Anche il fruscio del vento svanì dalle orecchie di Venkataraman. Di solito, a quell’ora, il Tempio era chiuso perchè nessuno ci andava  prima delle 8.00, ma quella mattina tutte le porte erano aperte.

Fu questo il momento in cui il Padre donò al figlio il segreto Upadesa? Oppure decise che questo suo figlio, pieno di ardore, si meritava una udienza privata? O istruì il figlio: "Cercami nel profondo del tuo cuore, troverai!”

Venkataraman andò diretto verso il Sactum Sanctorum e disse al Signore: “Padre sono venuto come tu mi hai chiamato, mi offro a te”. Tutte le emozioni che avevano inondato il suo cuore fino a quel momento si dileguarono, i conflitti emotivi si placarono. La pace regnava. L'esperienza aveva trasceso sia la gioia che la sofferenza; Era piacevole. Le lacrime scorrevano giù per le guance e la sensazione di bruciore era scomparsa. Non c'era più agonia, una felicità immensa lo aveva sommerso e lo aveva annegato.

Il figlio che fino a quel momento aveva svolto diversi ruoli in questo mondo non avrebbe più lasciato la presenza del Padre. Il legame con il mondo si era rotto.
Lascia che il Signore benedica il mondo. Per Venkataraman, Arunachaleswara era l'unico rifugio. Non avrebbe lasciato mai più il Suo grembo. “Conseguì Quello, avendolo raggiunto, non c'era più niente da desiderare”.

Addio al tumulto del mondo, benvenuto nella pace infinita. Per cui da quel momento, qualsiasi cosa avesse fatto (fisicamente, mentalmente o in altri modi) l’avrebbe offerta al Padre. A chi si offrì? A suo Padre, Easwara.

Chi era Easwara?  Era il linga di pietra davanti a lui? o Arunachala, il colle dietro di lui? Nessuno dei due. Lui era diverso dal corporeo. Era lo spirito. Il corpo era la sua coperta. La montagna e il linga erano le coperte che avvolgevano il Padre. Come poteva l’Illimitato e Onnipresente essere limitato a queste piccole cose?

Erano solo simboli dell’ illimitato Substrato di questo Universo, la sorgente di tutto il potere e le leggi nell'Universo, la Verità universale.

Venkataraman vi si era stabilito. Quale era la natura di suo Padre? Quale era la relazione fra il suo ego e questa autorevole natura segreta, universale, che tutto sostiene, che tutto distrugge? Come ne sarebbe venuto a conoscenza?

Tutti dovrebbero trovare, da soli, la Verità. Questo è ciò che Varuna comandò anche a Bhrigu: “Impara con tapas.”