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Sadhu Arunachala

Non è facile descrivere le reazioni al primo incontro con Bhagavan. Sentii la straordinaria pace evocata dalla sua presenza, dalla sua Grazia, mi sembrava di conoscerlo da sempre. Non era come ritrovare un vecchio conoscente, ma sentire che Lui era sempre stato lì con me, sebbene all’epoca non ne fossi consapevole. Ora lo sapevo. Fu solo in seguito, quando abitai in India per qualche tempo, che iniziai a realizzare quanto benevolo fosse stato Bhagavan con me fin dalla prima volta. Le mie attitudini mi furono messe di fronte; Bhagavan rispondeva alle reazioni delle persone, se ci si comportava in modo assolutamente naturale, senza tensioni, il comportamento di Bhagavan era simile.

Quando entrai nell’Atrio per la prima volta, Lui era seduto sul suo giaciglio, guardando la porta. Erano circa le sette ed egli era appena ritornato dalla sua passeggiata sul Monte. Bhagavan adorava il Monte e nulla lo rendeva più felice di quando poteva vagare sulle sue pendici. Mi salutò con il suo incantevole sorriso e mi chiese se avevo fatto colazione, quindi mi invitò a sedermi. Bhagavan mi parlò l’intera mattinata, e fino all’ora di pranzo mi fece molte domande, su di me e sulla mia vita. Tutto sembrava così spontaneo. Più tardi avrei scoperto che di solito accoglieva i visitatori con uno sguardo, faceva qualche osservazione e rimaneva poi in silenzio, o attendeva che essi gli sottoponessero i loro dubbi o lo interrogassero, in modo da rispondere. O ancora, spesso sembrava inconsapevole che qualcuno fosse entrato, sebbene questa fosse solo un’apparenza, poiché egli era sempre pienamente consapevole.

Dopo poco tempo che ero all’asramam e stavo iniziando a scoprire il mio percorso, notai che il momento migliore per incontrare Bhagavan da solo era all’una del pomeriggio, quando tornava dal Monte. Tutti quelli che potevano ritirarsi per un breve riposo, andavano via, eccetto un devoto il cui compito era rimanere al servizio di Bhagavan nel caso ne avesse avuto bisogno. All'epoca, non c'era l’elettricità, così veniva appeso un punkah (grande ventaglio) sopra il giaciglio di Bhagavan mosso lentamente da un assonnato devoto che non vedeva l’ora di defilarsi e andare a dormire. Alcune volte mi facevo carico del suo compito e lo lasciavo andare, altre volte mi sedevo vicino alla testa del giaciglio di Bhagavan e parlavo con lui. Fu durante quelle ore di quiete che mi istruì, e quelle ore di quiete trascorse con lui furono le più preziose di tutte.

Bhagavan era persona molto bella; splendeva di una luce visibile, o aura. Aveva le mani più delicate che avessi mai visto, e poteva esprimersi anche solo con esse, si potrebbe dire che parlavano. I suoi lineamenti erano regolari e il portento dei suoi occhi era famoso. La sua fronte era ampia e la sommità del suo capo era la più grande che avessi mai visto. Poiché in India questa è chiamata la “cupola della saggezza”, era naturale che la sua fosse così. Il suo corpo era formato armoniosamente e la sua altezza era media, ma la personalità era così dominante che, guardandolo, sembrava alto. Aveva un gran senso dell’umorismo e quando parlava, un sorriso copriva sempre il suo volto.

Aveva un ricco repertorio di arguzie ed era un attore magnifico; inscenava sempre il protagonista di qualsiasi storia raccontasse. Quando il racconto era molto commovente, Bhagavan si riempiva di emozione da non poter più continuare. Quando la gente veniva da lui per raccontargli storie personali, rideva con chi era felice e a volte si univa alle lacrime dei dolenti. Bhagavan non alzava mai la voce e se occasionalmente sembrava arrabbiato, non c’era segno di rabbia nel suo aspetto pieno di pace. Se gli si parlava affrettatamente, avrebbe risposto in modo calmo e imperturbato. Non toccava mai il denaro, non perché non lo amasse – sapeva che serviva per le necessità della vita quotidiana – ma non ebbe mai alcun bisogno, non ne era interessato.

La gente diceva che Bhagavan non parlava, ma non era vero, come non erano vere altre sciocche leggende su di lui. Non parlava senza la necessità di farlo, il suo apparente silenzio dimostrava quante chiacchiere inutili di solito intercorrono tra di noi. Preferiva ogni sorta di semplicità, Lui amava sedere sul pavimento, ma gli fu imposto un giaciglio che diventò la sua casa per la maggior parte del giorno. Se poteva, non permetteva che si mostrasse alcuna preferenza verso di lui e perciò, nella sala da pranzo arrivava ad essere inflessibile. Persino se gli si davano alcune medicine speciali o tonici, voleva dividerli con tutti gli altri presenti: “Se è buono per me, deve essere buono anche per gli altri” obiettava, e li faceva distribuire in tutta la sala da pranzo. Si recava al Monte molte volte al giorno, e se c’era qualcosa al mondo a cui era attaccato, era sicuramente al Monte. Lo amava e diceva che era Dio stesso.

Avvicinato nel giusto modo Bhagavan dava dei consigli, anche se la maggior parte di coloro che furono con lui lo negherebbe.

La gentilezza di Bhagavan si esprimeva sempre, anche con tutti gli animali, vero è che non amava i gatti e, credo, le mangoste; questo perché i gatti davano la caccia ai suoi amati scoiattoli o tamie. Questi scoiattoli erano soliti correre dentro e fuori dalla finestra dell’Atrio lungo il suo giaciglio e persino sul suo corpo. Lui li nutriva con nocciole e li accarezzava; alcuni avevano anche un nome, la loro più grande ambizione sembrava quella di fare il nido sotto i suoi cuscini, in modo da portare le loro intere famigliole sotto la sua protezione.

Il 5 febbraio 1949 la tragedia della fatale malattia ebbe inizio. Bhagavan si grattava frequentemente il gomito sinistro, che quindi si era irritato. Il devoto al suo servizio lo visitò per capire quale fosse la causa del prurito, e trovò una piccola protuberanza delle dimensioni di un pisello. Il medico, poi, concluse che era una cosa da poco, che sarebbe stata rimossa con un’anestesia locale; l’operazione si svolse in tranquillità nella stanza da bagno Bhagavan una mattina prima di colazione. Questo fu l’inizio della fine. Il sipario calava lentamente sull’ultimo atto. L’escrescenza diventò un tumore.

Sento, che questa è una buona occasione per dire una parola a coloro che dubitano della continua presenza del nostro Guru in mezzo a noi. Sebbene ne parliamo come se fosse morto, egli invece è qui e molto vivo, come promise, a dispetto delle apparenze.

Spesso i visitatori hanno osservato: "La sua Presenza è più forte che mai". Naturalmente manca la presenza fisica, l’opportunità di fare domande, la gioia del suo saluto, l’humour, nel suo modo di comunicare, e soprattutto la sua comprensione e la sua simpatia. Sì, certamente manca tutto questo, ma non dubitiamo nemmeno un istante che egli sia ancora qui, quando ci si dà la pena di visitare la sua tomba.

Quando Sri Ramana giaceva morente, la gente andava da lui e lo supplicava di restare ancora, avevano bisogno del suo aiuto. La sua risposta è ben nota:

"Andare! Dove posso andare? Resterò sempre qui."

 

 

La potenza della presenza di Sri Ramana, che ha lasciato la sua forma fisica, non è diminuita. Egli è in ogni luogo, come la luce in una stanza diffusa da una lampadina. Ma la luce è più forte vicino alla lampadina, l’origine della luce, che non nelle altre parti della stanza, anche se nessun angolo è in ombra. Perché meravigliarsi dunque se la potenza della presenza del nostro Guru si trova vicino al luogo in cui il suo corpo è sepolto.

Di solito identifichiamo noi stessi in termini di nome e forma: “Sono John, ho quarant’anni, peso 180 libbre. Faccio questo lavoro e vivo con questa famiglia, eccetera”. Questo è abbastanza naturale.

Ma quei pochi fortunati che sono destinati a scrutare dentro la propria natura con maggiore profondità, scopriranno un Sé molto differente da ciò che dettano le circostanze esteriori. Il Sé eterno, libero e perfetto è sempre presente dentro di noi, mentre le apparenze derivate dall’identificazione con il corpo ci impediscono di fare l’esperienza di chi, in realtà, siamo veramente. Il Maharshi insiste continuamente su questo punto.

Nel seguente passo delle "Gemme di Bhagavan", ci viene ricordata questa verità e veniamo ispirati a realizzare il Vero Sé.

“Lo stato che chiamiamo realizzazione è semplicemente l’essere se stessi, non sapendo nulla né cercando di diventare alcunché. Se una persona realizza questo stato, egli è puramente ciò che è, e ciò che è sempre stato. Non gli è possibile descrivere questo stato. Può soltanto esserLo. Sicuramente, parliamo approssimativamente di Autorealizzazione per il desiderio di un termine più appropriato.

Ciò che è, è pace. Tutto ciò che dobbiamo fare è restare quieti. La pace è la nostra vera natura, però lasciamo che svanisca. Ciò che è richiesto, è che cessiamo di rovinarla. Se rimuoviamo tutta l’immondizia dalla mente, la pace diventerà manifesta. Ciò che ostacola la pace deve essere rimosso. La pace è la sola realtà.

La nostra vera natura è mukti (liberazione). Ma noi continuiamo a immaginare di avere dei limiti e facciamo numerosi sforzi per diventare liberi, mentre in realtà siamo liberi tutto il tempo. Questo sarà compreso solo quando raggiungeremo quel livello. Saremo sorpresi del fatto che stavamo follemente cercando di diventare qualcosa che siamo sempre stati, e siamo. E’ un altro nome per definirci.

Il nostro desiderio di mukti è cosa davvero divertente. E’ come un uomo che di sua volontà è all’ombra, poi lascia l’ombra per recarsi al sole, sente il suo forte calore, e fa grandi sforzi per tornare all’ombra e gioire, 'Com’è gradevole l’ombra, finalmente ho raggiunto l’ombra!' Noi facciamo esattamente così. Non siamo diversi dalla realtà. Ma immaginiamo di esserne differenti, ad esempio creiamo il bheda bhava (la sensazione della differenza) e poi facciamo grandi sadhana per liberarci del bheda bhava e realizzare l’Unità. Perché immaginare o creare il bheda bhava e poi distruggerlo?

E’ errato parlare di realizzazione. Che cosa c’è da realizzare? Il reale è come è, sempre. Come realizzarlo? Tutto ciò che è richiesto, è discriminare tra reale e non reale. Questo è tutto ciò che ci viene richiesto per raggiungere jnana (conoscenza). Non stiamo creando nulla di nuovo, né acquisendo qualcosa che già non avevamo.

Il nostro vero stato è consapevolezza senza sforzo e senza scelta. Per tutta la vita le vasana (impressioni) portano la mente all’esterno e la rivolgono agli oggetti esteriori. Con la mente rivolta all’interno, abbandonare tutti i pensieri. Per questo all’inizio lo sforzo e’ necessario finché la mente non si quieta.

Il potere  del Saggio è maggiore di qualsiasi altro potere. Per il saggio non esistono gli altri, non vede ‘altri’ differenti dal Sé e questo è un grande beneficio per gli ‘altri’; beneficio di felicità nata dalla pace non disturbata dal pensiero.  

Il Major Alan Chadwick ha scritto: 

Ricordi di un Sadhu  Di Sadhu Arunachala (A. W. Chadwick)

Quando l’autore nel 1935, si trovava in Sud America arruolato nell’esercito britannico, lesse il libro di Paul Brunton, A Search In Secret India (Ricerca nell’India segreta). Fu talmente affascinato dai capitoli sul Maharshi che rinunciò al suo incarico e si mise in viaggio alla volta dell’India, giungendo al Ramanasramam il primo novembre dello stesso anno.

Questo gesto non fu avventato o impulsivo poiché, come si evince dal suo libro, egli era già un ricercatore maturo, che aveva praticato la meditazione per molti anni; e, una volta giunto alla presenza del Maharshi, si sentì arrivato a casa. In effetti, vi rimase fino alla sua fine nel 1962.

Bhagavan una volta osservò: "Chadwick era già con noi da prima, è uno di noi. Aveva un certo desiderio di nascere in Occidente, ed è stato esaudito."

Sadhu Arunachala (il nome datogli dal Maharshi) era uomo di grande esperienza e acuta intelligenza. La sua capacità di comprendere gli insegnamenti del Maestro era impeccabile e intuitiva. Egualmente impeccabili erano le sue osservazioni e interpretazioni di alcuni eventi collegati con Bhagavan. Fu presente alla stesura del testamento del Maharshi, alla partecipazione di Bhagavan alla costruzione e consacrazione del Tempio sulla tomba della Madre e alla visita del noto scrittore Somerset Maugham. Ricordando questi ed altri argomenti, rivela il vero spirito del Maharshi, ricostruendo per i lettori una figura indimenticabile.

Questo libro è per sua natura affascinante e semplice da leggere così com’è semplice respirare. La ragione del suo fascino è perchè è stato scritto da una persona così intima, un discepolo occidentale che ha vissuto quindici anni con il Maharshi, immerso in Lui per tutto il tempo.

In cinquantotto pagine, il curatore ha raccolto tutti gli insegnamenti salienti del Maharshi, suddivisi in tredici capitoli.

Uno studio di questo libro piccolo e prezioso darà idea al lettore dell’ampiezza e della profondità di tutti gli insegnamenti Bhagavan. Ad esempio, il terzo capitolo, "La Mente"; il quarto, "Chi sono Io? Indagine"; il quinto, "Arresa"; e il nono, "Il Cuore", servono a cristallizzare il metodo diretto della “Autorealizzazione”, che dà il titolo al capitolo ottavo.

Un sincero ricercatore terrà questo libro sempre a portata di mano, poiché le istruzioni del Maharshi e quasi tutti gli aspetti della sadhana sono presentati puntualmente e chiaramente. In verità, nessun altro libro è necessario per comprendere gli insegnamenti e percorrere il sentiero tracciato dal Maestro.

Il curatore, A. Devaraja Mudaliar, è stato a lungo un devoto di Bhagavan, ha risieduto presso di lui per alcuni anni, e ha curato molti altri eccellenti libri. Ma in questo libro ha compiuto un servizio davvero efficace, fornendoci una vera ricchezza sotto forma delle numerose “Gemme del Bhagavan”.

Le lacrime di beatitudine di Shiva

Lettera dallo Sri Ramanasramam, datata 28 Novembre 1990

"Quando siamo arrivati a Tiruvannamalai la domenica sera, la pioggia scrosciava e ha continuato senza interruzione fino alla mattina del martedì. Ci sono pozzanghere di fango nelle strade, la vegetazione sfoggia un aspetto gioioso e tutti gli stagni e i laghetti intorno al Monte si stanno riempiendo. Oggi è nuvoloso e il picco di Arunachala è stato coperto da sacre ceneri (nubi) per la maggior parte del tempo. Ieri siamo andati al Monte e abbiamo visto tutti i torrenti scorrere veloci in piena. Sembravano lacrime di beatitudine di Shiva che scorrevano giù dal Suo viso fino ai Suoi figli più sotto..." firmato: Lingeswara Rao

Il sogno accidentale del Maggiore Chadwick

Sadhu Arunachala:

“Siamo fatti della stessa sostanza con cui sono fatti i nostri sogni e la nostra breve vita è avvolta nel sonno” Shakespeare conosceva bene ciò di cui parlava  non era una poetica effervescente. Il Maharshi diceva esattamente lo stesso.

Credo che interrogai molto spesso Bhagavan su questo argomento, più degli altri, poiché mi rimanevano sempre molti dubbi, ed egli sovente ci avvertiva che appena un dubbio si chiariva un altro ne arrivava, e non vi era fine.

“Ma Bhagavan,” avrei risposto: “i sogni sono disconnessi, mentre l’esperienza della veglia riprende da dove è stata lasciata ed è da tutti riconosciuta che è più o meno continua.”

“Dici questo nei tuoi sogni?”, Avrebbe risposto Bhagavan. “Essi ti sembrano perfettamente costanti e reali in quel momento, è soltanto adesso, nel tuo stato di veglia che fai domande sulla realtà dell’esperienza. Non è logico.”

Bhagavan rifiutava di vedere la minima differenza tra i due stadi, in questa non-differenza si trovava d'accordo con i grandi Veggenti dell’Advaita. Alcuni chiesero se Shankara non avesse posto una differenza tra questi due stati, Bhagavan negò fermamente: “Shankara lo fece solo apparentemente, per lo scopo di chi rende chiara la spiegazione,” avrebbe detto il Maharshi.

Per quanto tentassi di insistere con le mie domande, la risposta che ricevevo era sempre la stessa: “Quando sei nello stato di sogno non poni i tuoi dubbi. Non domandi dello stato di veglia quando sei sveglio, lo accetti. Lo accetti nello stesso modo come accetti i tuoi sogni. Vai oltre, entrambi gli stadi, vai oltre anche il terzo, il sonno profondo. Studiali da quel punto di vista. Ora esamini una limitazione dal punto di vista di un’altra limitazione. Vi è qualcosa di più assurdo? Vai oltre tutte le limitazioni, poi vieni qui con i tuoi dubbi.”

Malgrado ciò il dubbio rimaneva ancora. In qualche modo sentivo che nel momento di sognare, c’era qualcosa di irreale, non sempre naturalmente, lo intravedevo di quando in quando.

“Ciò accade anche quando sei nello stato di veglia?” interrogava Bhagavan; “Non senti qualche volta che il mondo in cui vivi e la cosa che sta accadendo sono irreali?” Malgrado tutto ciò, il dubbio persisteva.

Una mattina andai da Bhagavan e, con suo grande divertimento, gli porsi un foglio su cui c’era scritto: Bhagavan, ricordi che espressi alcuni dubbi circa la somiglianza dell’esperienza del sogno e quella della veglia. Molti di questi dubbi mi si sono chiariti appena svegliatomi dal sogno, che riporto, il quale sembrava particolarmente oggettivo e reale: "Stavo ragionando di filosofia con qualcuno e facevo notare che tutta l’esperienza era soltanto soggettiva, e che non c’era nulla fuori dalla mente. L’altra persona obiettava che non poteva essere un’immaginazione personale, faceva notare come ogni cosa fosse solida e come l’esperienza fosse reale, replicai: ‘No, non è altro che un sogno. L’esperienza del sogno e della veglia è esattamente la stessa.’ ’Dici questo ora,’ egli rispose, ‘ma non diresti mai una cosa simile nel tuo sogno.’ E poi mi svegliai.”

Non mi lascerai andare via?

Di Sadhu Arunachala (Maggiore A.W. Chadwick, O.B.E.) 

Da The Golden Jubilee Souvenir, 1946

Non mi lascerai andare via?

Come un insidioso drogato mi fai giungere, vilmente in cerca di misericordia, alla tua porta, 

a chiedere la tua grazia di lasciarmi godere ancora un po’ dei tuoi potenti beni. 

E così, non mi lascerai andare via. 

Non mi lascerai andare via?

Qui, in una terra straniera trascorro le mie ore, lontano dal mio paese e da ogni legame. 

Una brama senza tregua lentamente mi divora e mi nega ogni felicità terrena. 

E così, non mi lascerai andare via.

Non mi lascerai andare via?

Mi dici, "Sì, non ti trattengo qui." 

Ma ti prendi gioco di me. Perché dunque dovrei restare? 

Intanto i mesi passano e con essi gli anni cosicché sembra che non me ne andrò mai via. 

E così, 

Non mi lasci andare via.

Non mi lascerai andare via?

No, sono uno sciocco, non potrei anche se volessi. 

Sono il tuo schiavo, fai di me quello che vuoi. 

Tutto ciò che vuoi rifiutare, per me va bene. 

Se è così che ti fa piacere. Non lo reputerò male. 

E così, rifiuta di lasciarmi andare!

Non mi lascerai andare via?

Sono solo cera scadente tra le tue mani. 

Ti sei sforzato a lungo di plasmarmi in una forma. 

Nessuno capisce la tua infinita pazienza; 

Non c’è scampo al tuo amore sconfinato. 

E così, non mi lascerai andare via.

Non mi lascerai andare via?

Sono uno sciocco e dovrei scappare da me stesso, 

poiché qui, c’è una pace che non ritroverò mai 

se alla fine venissi separato da Te; 

dunque non sarò schiavo di una mente malvagia. 

E così, non desidero andare via.