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I. La Tradizione Vedica

I Veda sono le sacre scritture degli Induisti e le Upanishad sono l’apice della ricerca Vedica alla Verità o Realtà. Le Upanishad rivelano l’esperienza di Dio nella quale una persona può affermare “Io sono Brahman,” o “Io sono Dio,” è un esperienza non-dualistica (advaita) o ontologica non-dualità. La tradizione Vedica rivela una crescita progressiva della relazione divino-umano in quattro stadi: relazione attraverso opere poetiche (Samhitha), relazione attraverso rituali e offerte sacrificali (Brahmana), relazione attraverso meditazioni nella foresta (Aranyakas) e infine autorealizzazione (Upanishad).

Le Upanishad parlano di quattro livelli di coscienza, i quali mostrano la crescita progressiva nella relazione divino-umano: coscienza di veglia, coscienza di sogno, coscienza di sonno profondo e di Thuriya, che significa il quarto. Nella coscienza di veglia ci si identifica con un corpo fisico e si vive per soddisfare i propri desideri fisici e le proprie ambizioni.

Nella coscienza di sogno ci si identifica con gli ideali, con persone immaginarie prese dal passato o dalla memoria e si tenta di seguirle e imitarle. In questo stato una persona può dire io sono un Indiano, Cristiano, Musulmano ecc. Nel sonno profondo si è liberi dagli ideali personali e collettivi e da persone immaginarie del passato (tempo) si entra nel regno dell’originalità e creatività (eternità) si diviene persona originale e creativa che può dire, “Io sono”. Nel thuriya o quarto stato, uno realizza la propria identità con Dio e dice “Io sono Brahman”. L’espressione, “Io sono Brahman”, può sembrare una dichiarazione d’arroganza spirituale ma in realtà è un’esperienza di profonda umiltà. In questo stato, c’è soltanto Brahman. Dire che “Io sono Dio” non significa che l’essere umano diventa Dio ma afferma che Dio è la sola Realtà. Ci sono quattro o cinque mahavakya collegati a quest’ultima esperienza: Io sono Brahman (ahambrahmasmi), tu sei quel-Brahman (tatvamasi), il Se è Brahman (ayatmanbrahma), tutto ciò è Brahman (sarvametatbrahma) e Brahman è non-duale (prajnanambrahma). Questi mahavakhya sono modi diversi di esprimere la stessa esperienza advaita.

I Veda non si dovrebbero intendere come trattati metodici di filosofia, ma come una serie di diverse scoperte filosofiche ed esperienze dei cercatori della Verità o Dio.

Più tardi, i grandi maestri (acharya) cercarono di definire gli insegnamenti delle Upanishad all’interno dei differenti sistemi di pensiero. Ci sono tre scuole principali di pensiero: advaita (non-dualità), visistaadvaita (non-dualità qualificata) e dvaita (dualità).  Secondo l’advaita, presentata da Shankara (Kerala, 7th secolo d.C.), solo Brahman o Dio è reale e il mondo è un illusione o Maya. L’anima individuale è, in definitiva, identica a Brahman. Il mahavakya ahambrahmasmi ( Io sono Brahman o Dio) è l’esperienza di questa non-dualità. Brahman è nirguna, senza alcun attributo. La via per realizzare questa verità è jnana marga, il sentiero della conoscenza.

Il metodo visistaadvaita presentato da Ramanuja (Tamil Nadu, 12th secolo DC.) afferma che Dio e creazione sono come anima e corpo (o, come il corpo e il pelo che cresce sul corpo), inseparabili. Dio e gli esseri umani, benché inseparabili come anima e corpo, non sono identici. Dio vive negli esseri umani e nella creazione, e creazione ed esseri umani vivono in Dio, ma essi non sono identici.

L’anima, anche se della stessa sostanza di Dio e da lui emanata piuttosto che creata, può ottenere la beatitudine non nell’assorbimento ma nell’essere vicino a lui.  La via, per avere questa esperienza, è attraverso l’auto-abbandono.

Ramanuja propose il sentiero della devozione o bhakti come la via alla realizzazione, la quale si ottiene attraverso la grazia di Dio. Una persona può dire “ Io sono in Dio e Dio è in me,” ma non “Io sono Dio.” Per Ramanuja Dio è saguna, con attributi come onnipresenza, onniscienza, e onnipotenza.

Madhava (Karnataka, 13th secolo DC.) propose il metodo dvaita, dualità. Egli distingue chiaramente tra Dio, esseri umani e creazione. Dio è il solo Supremo Essere e non c’è nulla o nessuno uguale a lui. Madhava propose il sentiero della devozione (bhakti) e buone azioni (karma). Per raggiungere Dio si ha bisogno di un Guru. A questo punto una persona può dire “ Dio è più grande di ciò che io sono” ma non può dire “Io sono Dio”. L’interessante è, che tutti e tre i maestri vengono dal Sud dell’India. Benché la maggior parte degli Induisti credono che la non-dualità di Shankara è la suprema verità, molti di loro praticano il sentiero della devozione venerando le varie manifestazioni del Supremo Essere, (come Vishnu, Siva, Krisna e Rama) e il sentiero delle buone azioni. Così il sentiero della conoscenza (jnana), il sentiero della devozione (bhakti) e il sentiero dell’azione (karma) sono le tre vie che i saggi Indiani presentano per giungere a Dio.

 

II. La Tradizione Biblica

Anche nella tradizione biblica notiamo una progressiva crescita, nel rapporto divino-umano.

Primo, riferendosi a Dio attraverso le preghiere e salmi; secondo, riferendosi a Dio attraverso riti e offerte sacrificali nel tempio; poi, la promessa di Dio di un Nuovo Patto, e Giovanni il Battista che predica nel deserto (simbolo dell’ aranyaka) la fine del vecchio e l’avvento del nuovo; in seguito, l’esperienza di Dio fatta da Gesù come non-duale, “Io e il Padre siamo uno,” l’inaugurazione della nuova relazione con Dio. Possiamo dire che il Nuovo Testamento è  l’ ‘Upanishad’ della tradizione Biblica. 

Anche noi riconosciamo quattro livelli di coscienza in Gesù: primo, Gesù un essere umano (coscienza di veglia), Gesù l’Ebreo (coscienza di sogno, come l’ebraismo fu il suo immaginario spirituale), Gesù, il Figlio di Dio (coscienza universale liberata dalla memoria di Ebreo), coscienza del sonno profondo nella quale egli dice “Io sono la via, la Verità e la Vita,” e infine Gesù come Dio (il quarto stato, “Io e il Padre siamo uno”) non-dualità ontologica.

Anche Gesù divulgò i mahavakya, ‘i grandi detti’. Ne citiamo quattro,  “Io sono la luce del mondo” (Io sono Brahman), “Tu sei la luce del mondo” (Tu sei Brahman), “Io e il Padre siamo uno” (il Sé è Brahman) e “Questo è il mio corpo e questo è il mio sangue” (Tutto questo è Brahman).

La religione Ebraica è fondamentalmente una religione dualistica. Dio è  realtà trascendente e il creatore. Gli esseri umani sono creature di Dio. Nessuno può vedere Dio. Nessuno concepirà alcuna immagine di Dio. Nessuno può avvicinarsi a Dio, tanto Egli è Sacro. Questo Dio può parlare soltanto attraverso i profeti. Ma anche i profeti previdero un nuovo rapporto con Dio, nel quale, Dio scriverà la sua legge nei cuori della sua gente. Dio sarà ‘Emmanuel,’ con noi e all’interno di noi (esperienza visistaadvaitica). Gesù inaugurò questa nuova alleanza al momento del suo battesimo e la condusse oltre, dentro l’esperienza advaita. Egli dirà con enfasi che lui e Dio sono uno.

Questa esperienza non era nella memoria della tradizione Ebraica. Credere che Dio è nostro creatore e noi siamo le sue creature, rende questa esperienza impossibile e blasfema per chiunque la sostenga.  In questo modo Gesù causa una rivoluzione nella sua tradizione spirituale, e completa la ricerca spirituale di quella tradizione. Gesù non abolisce i rapporti, dualistico e non-dualistico qualificato, ma li apre alla nuova possibilità della non-dualità. “Non sono venuto ad abolire la legge ma a completare la legge,” egli disse. Possiamo elaborare un metodo di pensiero dall’insegnamento di Cristo? Esso è advaita, visistaadvaita o dvaita? Gesù fece tre importanti dichiarazioni, che possono portare ad alcuni chiarimenti. “Io e mio Padre siamo uno” e “Io sono la luce del mondo” (advaita, non-dualità ontologica di Shankara) “Io sono nel Padre e il Padre è in me” (visistaadvaita, non-dualità qualificata di Ramanuja), “Mio Padre è più grande di ciò che io sono,” e “mio Dio, mio Dio perché mi hai abbandonato?” (dvaita, la dualità di Madhava).

Gesù è non-dualista, non-dualista qualificato o dualista? Mi sembra che non possiamo mettere Gesù in alcuna categoria finché egli manifesta tutte queste esperienze. Queste dichiarazioni appartengono a differenti livelli di coscienza umana e possono essere presenti nello stesso tempo. La differenza tra fasi e stati è quella che le fasi si susseguono una all’altra, mentre gli stati possono essere presenti simultaneamente.

La Verità non è un sistema statico ma un vivere dinamico la realtà, la quale non può essere definita dentro alcun sistema. Uno deve progredire dalla dualità alla non-dualità qualificata e da lì alla non-dualità (la vita Spirituale è una crescita. Il peccato è un rifiuto a crescere e ostruire la crescita degli altri). Si deve discendere, poi, alla non-dualità qualificata fino alla dualità.

C’è una differenza qualitativa tra chi ha sperimentato l’esperienza non-duale e vive nella non-dualità qualificata e nella dualità, e chi vive nella non-dualità qualificata e dualità senza aver sperimentato l’esperienza non-duale. Una persona che vive dualisticamente pensa che lui/lei è una creatura di Dio. Lui/lei loda e venera Dio. Una persona che vive la non-dualità-qualificata è un mistico. Egli può dire Io sono in Dio e Dio è in me. Una persona che sperimenta la non-dualità è una persona realizzata. Egli può dire, “Io sono Dio” o “Il Mio Vero Io è Dio”. Ma egli può anche essere un mistico e un adoratore di Dio. Sri Shankara ebbe l’esperienza non dualistica della Realtà ma anche lui scrisse inni devozionali come se fosse un dualista. Sri Ramakrishna ebbe l’esperienza non dualistica ma ebbe grande devozione per la Madre Divina. Gesù ebbe l’esperienza non dualistica di Dio ma anche lui dualisticamente pregò e parlò a Dio.

La vita spirituale non è soltanto un movimento ascendente verso Dio ma anche un movimento discendente verso gli esseri umani e il mondo: l’amore per Dio e l’amore per il vicino di casa, della tradizione biblica. Quando uno cresce spiritualmente l’esperienza dualistica, l’esperienza non-dualistica qualificata e l’esperienza della non-dualità si mostrano come fasi ma quando uno è in discesa essi diventano stati di coscienza.

In generale, la tradizione Cristiana presenta la relazione divino-umano in un senso dualistico e solo nel caso di mistici è, piuttosto, un accettabile non-dualità qualificata. L’esperienza  non-duale, in questa tradizione, è riservata soltanto a Gesù ed è chiusa ai Cristiani.

Nello stesso modo, i tre sentieri di jnana, bhakti e karma, non devono esser visti come esclusivi. Le buone azioni conducono alla devozione e la devozione conduce a jnana. Questa jnana si manifesta in devozione e favorisce un’azione altruista. Nella vita spirituale c’è un movimento in ascesa e c’è anche un movimento in discesa, fino a quando non si rimane sulla cima della scala. Nel frattempo, la vita non è soltanto, essere (jnana) ma anche, relazionarsi (bhakti) e agire, o partecipazione (karma). Queste sono tutte fasi, necessarie, dell’essere vivente.

I nostri rapporti e le nostre azioni dovranno essere fondati su una forte base del nostro Essere. Diversamente saranno molto superficiali. L’interpretazione non-dualistica delle Upanishad di Shankara sembrano concentrarsi completamente sulla non-dualità ontologica e tralasciare la dualità funzionale, benché lui stesso scrisse più tardi molti inni devozionali. Con il suo ardore per l’Assoluto, Shankara rifiutò di attribuire alcuna valutazione e significato alla relazione mondo e umano, sostenne il punto di vista, che il mondo è un’illusione. Quindi progredì verso il monismo.

Mentre Ramanuja, che cercava di correggere questa estrema posizione e dare un certo significato al mondo e agli esseri umani, fu sospettato di trasporto verso il panteismo. Madhava, tentando di mantenere l’equilibrio tra monismo di Shankara e il panteismo di Ramanuja, creava un insormontabile abisso tra Dio e gli esseri umani. Sebbene Ramanuja e Madhava con le loro interpretazioni, non-dualistica qualificata e dualistica, tentarono di dare un significato alla relazione e portano Dio vicino alle persone comuni, essi, anche, chiusero la porta all’esperienza non-dualistica di Dio. Queste esperienze dualistiche hanno un significato funzionale, ma non un significato ontologico. Finché abbiamo un corpo fisico e viviamo in questo mondo di tempo e di spazio, abbiamo bisogno di collegarci con Dio, e l’un l’altro in una dualità funzionale anche se sappiamo che siamo ontologicamente uno con Dio e l’un l’altro, perché c’è una sola Realtà.

Anche la tradizione Cristiana si focalizzava troppo sulla dualità funzionale mentre chiudeva la porta, ai suoi seguaci, all’esperienza della non-dualità ontologica. Benché Gesù aprì la porta a questa possibilità per ogni essere umano, la tradizione Cristiana la riservò soltanto a Gesù e chiuse questa possibilità ai Cristiani. I mistici cristiani ebbero limiti all’esperienza dell’immanente presenza di Dio, così che non poterono mai affermare l’esperienza non duale.

C’è qualcuno, è risaputo, che ha dichiarato “Io sono Dio,” era il tedesco Meister Eckhart, il quale disse che una persona spiritualmente povera è una che dice ”Io e Dio siamo uno”. Ma egli fu condannato come eretico. Forse in quel momento nessuno poteva aver immaginato la possibilità di un esperienza non-dualistica. Ma oggi i Cristiani sono pronti. Gesù non abolì l’esperienze dualistiche di Dio ma le usò come terreno preparatorio per la sua esperienza non-duale e ritornò per viverle funzionalmente.

Egli invitò i suoi fratelli e sorelle a crescere in questa relazione più profonda con Dio. Gesù non si riferì a Dio come suo creatore ma come suo Padre. Ciò fu una rivoluzione. Gesù non solo fu un non-duale (Io e mio Padre siamo uno) ma anche un non-duale qualificato (Io sono nel Padre e il Padre è in me) e duale (Mio Padre è più grande di ciò che io sono). Egli non fu soltanto uno jnani, realizzando la sua unità con il Padre ma anche un bhakta, che ha devozione per suo Padre e uno che agisce, che compì la volontà di suo Padre. L’esperienza di Gesù di Dio le include entrambe, non-dualità ontologica e dualità funzionale. Realizzare l’unità ontologica con Dio e nello stesso tempo vivere dualisticamente nel mondo di tempo e spazio a livello funzionale è il miracolo della vita.

di John Martin (1)

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(1) John Martin Kuvarapu (Swami Sahajananda), monaco benedettino  camaldolese, vive nel Saccidananda Ashram di Shantivanam, nel Tamil Nadu.

Mentre studiava teologia al St. Peter’s Seminary di Bangalore venne in contatto con gli scritti dei fondatori di Shantivanam, P. Henri Le Saux, P. Jules Monchanin e P. Bede Griffiths, e rimase molto colpito dal loro tentativo di rivivere lo spirito del monachesimo cristiano delle origini attraverso la pratica del samnyasa brahmanico.

Pertanto egli lasciò la sua diocesi ed il seminario e si recò a Shantivanam, per entrare a far parte della comunità ashramitica. Ebbe la grazia di lavorare insieme a P. Bede Griffith dal 1984 al 1993.

In John Martin Kuvarapu sembra realizzarsi l'auspicio, formulato con diverso linguaggio da Bede Griffith, da Guenon e da Coomaraswami, di un "matrimonio" fra Oriente e Occidente. Infatti, indiano per nascita ed attento conoscitore della propria tradizione vedica, ma allo stesso tempo educato all’ascolto del messaggio evangelico ed alla fede cattolica, John porta dentro di sé le due tradizioni e da sempre le coniuga armoniosamente.

Attualmente insegna spiritualità indo-cristiana ai visitatori dell’Ashram.

Viene spesso invitato in Inghilterra, in Germania e in Italia a tenere conferenze sul dialogo interreligioso, in particolare tra induismo e cristianesimo.

Il libro "Ricordi di Arunachala" di Henry Le Saux (diario spirituale) narra l'incontro che darà un nuovo corso alla sua vita, quello con Sri Ramana Maharshi e Arunachala. Esperienza, questa, che puó essere considerata fra le fonti ispiratrici del Saccidananda Ashram.