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Ma chi è questo “Io”?

Non certamente l’io che si preoccupa di quel che la mattina arriverà con la posta, che nutre simpatia per una persona e antipatia per un’altra, che pianifica il futuro e rimugina sul passato. Io non voglio sollevare la questione se sia giusto o sbagliato fare queste cose, ma, solo, affermare che la persona che fa queste cose non è Uno con il Padre. Tutti riconoscono ciò perché, superficialmente, dicono che non sono Uno con il Padre perché lo fu solo Cristo. Ma ciò che è veramente superficiale è che lo considerano come un mero accidente di nascita, così come una persona può essere nata figlio di re e altri no, e non c’è nulla che possiate fare. Se fosse così potrebbe, Cristo, averci detto di fare qualcosa e cioè: essere perfetti come il nostro Padre che è nei cieli?

Se l’io che è Uno con il Padre, non può essere John Robinson, l’individuo Gesù di Nazareth o l’uomo che attraversa la strada e dà risposte taglienti a chi lo critica, come potrebbero esserlo? come possono essere gli stessi? Il Padre è eterno e immutabile mentre John o Gesù è posto nella storia e soggetto a cambiamento e crescita. 

Allora che cosa è questo “io”?

Se interrompete il pensare ma mantenete la coscienza, diventerete consapevoli di un senso di essere che è più essenzialmente “voi” che non la vostra mente pensante o il vostro corpo. E’ difficile descriverla ma può essere sperimentata, forse, dopo un po’ di pratica. Se non fosse possibile sperimentarla, descriverla non servirebbe a molto.
Una traccia è che la coscienza individuale di John o George è situata nella testa mentre questa, alla lunga, è “fisicamente” localizzata nella regione del cuore.

Dico “alla lunga è fisicamente localizzata”, perché essa può comportare, anche se non necessariamente, uno stato di trance. Essa può essere accompagnata dalla piena consapevolezza fisica. In questo caso essa percepisce le circostanze fisiche della vita, i suoi doveri di professionista, marito e padre, i suoi poteri e obblighi, ma tutto impersonalmente, come se essi riguardassero qualcun altro. L’intero ambiente sembra un riflesso di sé stesso, e, allo stesso tempo, sembra essere contenuto in essa, vede il mondo come qualcosa di effimero in sé, non sé stesso come qualcosa di effimero nel mondo. Ha un senso di immutabilità, di realtà, di eternità o senza tempo, intoccabile dal mondo delle forme.

E cosa è il Padre con cui si è Uno? Si potrebbe essere tentati di dire “Dio”, ma, rispondere a tale domanda con una parola indefinita non è una risposta.
Quale è il senso di “Dio”?
Uno può sentire, piuttosto che capire, che c’è un puro Essere che si manifesta nell’intero cosmo e che non può essere attaccato da esso, che si manifesta egualmente e simultaneamente in ciascuna creatura dell’intero universo. Una definizione, buona come un’altra, è quella di una donna cristiana a cui l’esperienza della realizzazione venne spontaneamente: “era tutto quel che è, e non c’era nessun Dio e, nel contempo, nessun Non-Dio.” 1

Allora come ci si differenzia dall’essere che uno sente in sé stesso?
L’intero insegnamento di Cristo è che essi non differiscono ma sono gli stessi e che essi devono essere lo stesso differenti o non ci sarebbe nessuna necessità dell’insegnamento. C’è un sentire di un Essere universale dentro cui i mondi e gli esseri non sono che un gioco di ombre, c’è il sentire di essere nel cuore; c’è il sentire che questo deriva da quello ed è, tuttavia, lo stesso di esso, che è il Figlio del Padre e ancora Uno con il Padre. Non è John o Gesù o Oratio Gubbins ma l’Uno che si manifesta egualmente e simultaneamente come tutti loro. Un esempio potrebbe essere l’acqua in una bottiglia che è la stessa dell’acqua dell’oceano da cui è presa ma non è un esempio adeguato dal momento che, l’acqua nella bottiglia, può solo eccezionalmente far presagire il potere dell’oceano.
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1. The Following Feet p. 21: di Ancilla, Longmans

Si chiede, qualche volta, come questo puro essere, che è Uno con il Padre, può funzionare come John Robinson o Horatio Gubbins.
Ovviamente si può perché ci sono stati esempi di ciò. C’è ne è uno, nei tempi moderni, nella persona di Ramana Maharshi. E un tale, raro, modello è sempre stato sentito essere più umano di noi, non incompiutamente umano.

I visitatori del Maharshi non sentivano che era innaturale ma che essi lo erano. Essi sentivano che egli solo era pienamente e naturalmente umano, perché egli solo era pienamente divino.

Ma può l’“io”, che è Uno con il Padre, occuparsi dei miei affari?
Porterà a buon fine l’operazione commerciale che ho pianificato? Avrà la promozione che io ho tentato, astutamente, di avere? Vorrà Sarah Jane sposarlo? La risposta a tali questioni è né si e né no, chi li pone è quello stesso ego che deve abdicare affinché il vero “Io” possa svelarsi.
Il fatto che queste domande possano essere poste, è un ostacolo alla realizzazione della propria, vera, identità come: Uno con il Padre. Se è più importante che abbia successo l’operazione commerciale, piuttosto che realizzare il Sé, allora il Sé non sarà realizzato. Il fatto che, se il Sé è stato realizzato, l’operazione commerciale possa anche avere successo, è un’altra questione.
La sola via è fare un gran salto nel buio, cioè: lasciare il senso di essere consapevole e controllare se è buono per gli affari o no, se Sarah Jane vuole sposarmi o no. E una volta consapevole e aver controllato si vede che le questioni erano mal poste perché quel che deve accadere accadrà, quel che è appropriato accadrà, se questo è quel che il tenace, astuto ego vuole ricercare o no.

Allora come funziona in pratica?
La persona in cui è risvegliato il senso del puro essere ha gli strumenti corpo-mente a sua a disposizione così come li ha l’ego-persona. Egli può camminare, sedere e stare in piedi, può distinguere il caldo dal freddo, il dolce dall’amaro, perciò egli può trovare una sensazione piacevole e un’altra spiacevole. Ma, e qui è la grande differenza, egli accetta tutto impersonalmente. Conseguentemente può reagire alle situazioni nel modo che sente sia necessario. Per esempio può alzarsi e aprire la porta quando qualcuno bussa oppure no. Può licenziare un impiegato disonesto oppure no. Sentirà cosa è necessario e agire conseguentemente. Questo implica che può pensare, può usare le sue facoltà mentali così come può, con i sensi, gustare o odorare. Egli può dire “ questo calcolo è sbagliato” così come può dire questa mela è acerba.
Allora perché dicono che la Realizzazione significa la morte della mente?

Quando dicono questo intendono la mente come timoniere, vale a dire l’ego.
Le facoltà pensanti ancora esistono e, di fatto, diventano più efficienti, non essendo più distorte dal sentimento o dall’interesse di sé, così come una persona non realizzata pensa più efficientemente riguardo a cose che non lo riguardano personalmente, perché l’emozione e il pregiudizio non vengono a oscurare il suo agire. Solo quando il sé è realizzato nulla lo riguarderà personalmente, ogni cosa sarà impersonale.

Allora vale la pena vivere la vita?
Non si perde tutto il gusto della vita? Questo è quello che l’ego pensa, perché insiste in una vita di frustrazione punteggiata da brevi trionfi e piaceri, ma, ipotecata da malessere e poteri che vanno a scemare – invece della felicità non offuscata di cui i saggi parlano. La migliore risposta dovrebbe essere: prova e vedi.
Ma se agiamo, che sorta di azione possiamo ancora porre in essere e a quale rinunciare? Non c’è una regola. Non c’è una specie di attività in sé stessa a cui si deve rinunciare ma al coinvolgimento personale, vale a dire all’idea che tu sei l’esecutore di essa. Quel che rimane è l’attività impersonale, quel che i cinesi chiamano wei-wu-wei, agire senza agire, azione nell’inattività. Un uomo può essere esteriormente Horatio Gubbins, interiormente Wei-wu-wei. Quando il coinvolgimento personale è eliminato diventerà spontaneamente evidente quale attività è armoniosa e quale disarmonica.

Un’altra questione che qualche volta si solleva è se, nel realizzare il vero “Io”, che è uno con il Padre, il fittizio individuale “io” o ego cessa di esistere o ancora sopravvive ma in completa sottomissione al Padre. Forse non è molto importante perché è possibile che si realizzino ambedue i casi. Il senso dell’ego può evaporare completamente o può sopravvivere da sottomesso o può, occasionalmente, sorgere ancora ma troppo debole per essere di ostruzione.
In Ramakrishna una vestigia di esso è rimasto perché, egli disse, voleva rimanere separato per servire e gioire della Madre. In Cristo anche. Solo lo storico, individuale Gesù poté pregare che la coppa di sofferenze passasse via e dopo aggiungere: “Non la mia, ma sia fatta la tua volontà.“ Pertanto questo sentire dovrebbe venirgli dall’essere il “figlio dell’uomo”, come egli così spesso ha dichiarato. In quanto Figlio di Dio e Uno con il Padre non ci dovrebbe essere la “mia volontà” ad arrendersi alla “tua volontà”. L’ultimo respiro del senso dell’ego fu il disperato grido sopra la croce: “ Dio mio, perché mi hai abbandonato?”

Questa questione della sopravvivenza dell’ego è, comunque, come ho detto, di secondaria importanza. La grande cosa è il risveglio al vero senso di essere. Quindi lo sforzo di stabilizzarlo e renderlo permanente. Il resto seguirà.