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Venkataraman venne conosciuto con il nome di Brahmana Paradesi. Nella regione del Tamil Nadu gli Shivaiti che non erano Bramini, prendevano i voti di Sannyasa e giravano in centinaia per la montagna Arunachala, mentre i Sannyasi Bramini erano pochi e venivano chiamati Bramana Paradesi. Il nuovo Paradesi si mise a meditare nella corte delle 1000 colonne. L'inverno stava arrivando e i monsoni non erano ancora finiti. Non aveva vestiti per coprirsi ne un tappeto dove sedersi. Non cercava mai la compagnia degli altri e se qualcuno arrivava, si spostava più in là. Di solito stava seduto in silenzio con gli occhi chiusi, anche quando passeggiava non parlava con nessuno. Non ha mai chiesto cibo e se qualcuno glielo offriva, quando era sveglio, lo accettava. Restava sempre concentrato nel Sé, manteneva i sensi prigionieri e la mente controllata. Gioiva nel Regno dello yoga. Questo ragazzo non ha mai cercato niente. Però, anche quando non cercava la compagnia degli altri, erano gli altri che lo avvicinavano. Per le persone lui era oggetto di curiosità, o da ridicolizzare o da incolpare, solo per pochi Lui era un oggetto di rispetto; era in un posto nuovo, senza aiuto, e senza protezione? Ma era veramente senza protezione?

Il suo solo rifugio era ai piedi di Shiva ma quello Shiva non  apparve mai di fronte a lui!

Questo ragazzo diventò il mirino dei monelli locali che pensavano fosse matto.

Quattro anni prima anche il ‘Matto Seshadri’ arrivò ad Arunachala e come a lui, i monelli iniziarono a gettare le pietre o i cocci di vasi, anche a Venkataraman. Quando gettavano i loro missili (le pietre) lo facevano da lontano, per paura che il ‘matto’ si vendicasse. Il risultato era che sbagliavano la mira e non riuscivano a colpirlo, ma disturbavano la sua meditazione. Per evitare tutto questo, Venkataraman si spostò a meditare nella Pathala lingam, la cella. I monelli avevano paura di entrare là. Ora erano gli insetti e altre creature della fauna, fino a quel momento padroni della cella, che trovarono fra loro un competitore. Mentre stava seduto in posizione padmasana gioiendo la beatitudine dell'atma, gl'insetti gustavano il suo sangue.

Nel suo stato di meditazione lo Svami non era conscio di ciò che succedeva. Fra quelli che visitavano il posto durante il deepam festival alcuni ammiravano la disciplina severa del ragazzo. Uno dei visitatori era Ratnammal, moglie di Velayudha Chetty. Lei gli portò del cibo e poi commossa dalla sua condizione fisica lo pregò di andare a stare a casa sua. Ma l'attenzione dello Swami era altrove. Sentì appena cosa gli fu detto. Aveva accettato? Ratnammal anche se delusa, gli lasciò un pezzo di stoffa da usare per coprirsi o da usare come tappeto. Lo Svami meditava e rimase in quella posizione, anche il pezzo di stoffa rimase dove lo lasciò la donna. 

Come faceva Ramana, concentrato nel tapas, a procurarsi da mangiare? Il giorno che raggiunse Arunachala Ramana non aveva mangiato nulla. Il giorno seguente, mentre si trovava nella sala delle 1000 colonne, Maunasvami, responsabile del  Gopura Subrahmanya, un Malayalee, stava visitando la sala quando s'imbattè in Venkataraman, vide il ragazzo era completamente esausto e chiese a un suo devoto di portargli un pò di cibo. Gli fu portato il cibo che viene offerto alla divinità durante la puja e consisteva: di riso grezzo, un pò di sale e sottaceti, gli fu offerto, e da quel momento per il suo sostentamento se ne occupò Maunasvami.

Le seccature dei monelli non smisero, continuavano a gettare roba nella cella, ma il Paradesi non aveva paura di essere ferito - era al di là della paura. Una volta un ragazzo mussulmano si unì al gruppo dei monelli e cercò di entrare nella cella ma la paura lo fermò. Per cui l'unica cosa che potevano fare era gettare roba. In quel momento Venkatachala Mudaliar passò di lì, sapeva che lo Svami era nel Pathala Linga, staccò prontamente un ramo da un albero e corse verso i monelli che vedendolo arrivare scapparono tutti. Dal Pathala linga uscì Svami Seshadri pieno di polvere e quando Mudaliar gli chiese ansioso se fosse ferito, Svami Seshadri rispose: c'è Svami Chinna dentro la cella che ha bisogno di attenzione e se ne andò. Mudaliar entrò nella buia cella e all'inizio non vide nessuno, ma poi intravide la siluette di Svami, coperta di polvere e seduta in posizione padmasana che divenne sempre più visibile. Mudaliar andò subito al Vazhaitholam dove si trovava Palaniswami con i suoi discepoli e chiese loro aiuto e andarono alla cella: Alzarono lo Svami lo portarono fuori e lo fecero sedere, solo allora lo Svami riprese i sensi, ‘E' un peccato disturbare il tapas di uno come lui’ pensarono, e se ne andarono.

In seguito il Paradesi divenne Brahmana Svami. Finchè Brahmana Svami stava al Gopura Subrahmanya shrine, Maunaswami che abitava lì, lo accudiva. Fin dal primo giorno, si accertava che il ‘silenzioso giovane Brahmino' avesse cibo da mangiare, divideva il cibo con lui, specialmente frutta e latte che prendeva dopo l’abhishekam a Uma Devi. Il latte era un misto di acqua, tumeric, zucchero, pezzi di frutta e canfora. Brahmana Svami non aveva preferenze e divorava qualsiasi cosa gli fosse offerto. Uno dei preti anziani notò questo miscuglio  dato allo Swami, e dispiaciuto, ordinò di offrirgli solo latte dopo l’abhishekam senza aggiungere altri ingredienti. Se capitava un ritardo, qualcuno correva dove si trovava il Brahmana e gli portava da mangiare – questa offerta si chiama bhiksha. Passarono così due mesi.

Nandanavanam: Il giardino Vazhai era nella parte ovest della corte delle 1000 colonne. Come abbiamo già notato, era un giardino di fiori e non un giardino di banane come suggerisce il nome stesso. C'erano delle piante rampicanti di fiori rosa conosciuti come Kasturi patte. Brahmana Svami si spostò dal tempio al giardino. Iniziava la sua meditazione sotto un pergolato e quando la meditazione terminava si trovava sotto un altro pergolato. Con il passare del tempo il suo perizoma si consumò, tanto che alla fine del 1896 era completamente senza vestiti, e le autorità fecero una eccezione.

Vahana Mantapam (Sala dei Veicoli): Questo era il luogo che Svami aveva scelto per il suo tapas. Anche qui durante la meditazione il corpo dello Svami si spostava e si ritrovava fra le ruote di due carri. Passava la maggior parte del tempo vicino a un muro nella semi-oscurità. Più tardi, trascorse un po di tempo vicino alla vasca Sivaganga, prima sotto l'albero di bilva  e poi sotto l'albero di un Ippa. Era arrivato l'inverno. Era gennaio-febbraio dell'anno 1897 e Svami non aveva niente con cui coprirsi, faceva abbastanza freddo. L'unico posto dove poteva stare era ai piedi di un albero con il cielo sopra di lui e la polverosa terra sotto, bagnata di rugiada. Non si racconta forse che i rishi di yore facevano il loro tapas in mezzo all'acqua? Il tapas di Svami non era meno severo!

Al villaggio chiamato Tirumani, vicino a Vandavasi, viveva uno Shivaita chiamato Uddandi Nayanar. Non volendo più abitare con la sua famiglia, decise di andare in un monastero, studiò numerosi testi di filosofia Tamil ma ciò non gli diede né la pace né la conoscenza del Sé. Visitò Arunachala nel Dicembre del 1896 e durante la pradakshina notò il giovane asceta  assorto  in profondo tapas. Nayanar fu  colpito e pensò: “Questo è tapas. Questo è dimorare. Se questa austerità non porta a conoscere il Sé, cos’altro lo fa’? Se mi dedico al Suo servizio, anch’io posso sperimentare il Sé.” Ci credeva fermamente. Così Nayanar decise di stare vicino all’asceta e dedicarsi completamente a lui. Molto più tardi Svami descrisse Nayanar come una persona che aveva raggiunto il distacco.

Tranne quando doveva uscire all’aperto per cucinare, Nayanar passava il resto del tempo a sorvegliare lo Svami e impediva ai curiosi passanti di fermarsi a guardarLo meditare. Non era facile, i monelli riuscivano a dare noia allo Svami quando Nayanar usciva per comperare il cibo. Una volta, quando Svami era solo e non consapevole della sua natura corporea, un monello particolarmente dispettoso, urinò sulla sua schiena e scappò complimentandosi. Quando Svami riprese coscienza, capì cosa era successo, che cosa avrebbe potuto fare, Nayanar, in quella circostanza? Svami era l’esempio della tolleranza personificata ma Nayanar non poteva sopportare gli abusi fatti nei Suoi confronti, si addolorava molto.

Nayanar aveva anche un altro dolore: non parlava a Svami se non quando Svami parlava per primo. Lo Svami non apriva mai gli occhi, Nayanar si sedeva non lontano da lui studiando testi sacri come Jnana Vasishtam, Kaivalya Navaneetam e non aspettava altro che la benedizione del suo Svami. Nayanar fu il suo primo attendente.