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Sri Ramana Maharshi è noto fra coloro che ricercano l’accesso ad elevati livelli di consapevolezza. In India, è considerato uno jnani, Conoscitore, Colui che è giunto alla conoscenza del Sé supremo attraverso l’auto-conoscenza. Affascina il non provenire ad alcun lignaggio iniziatico conosciuto, il non essersi riconosciuto in alcuna religione e l’essere vissuto sulla sacra collina di Arunachala.

Soddisfa, sotto molti aspetti il bisogno di chi confonde l’intolleranza in una pratica spirituale disciplinata con l’anelito di chi brama l’Assoluto. D’altra parte il degrado delle società moderne denuncia il ritiro dei lignaggi sapienzali qualificati a cui guardare, appartenenti all’unica tradizione universale metafisica, a cui Sri Ramana Maharshi si volge attraverso il ramo del Vedanta Non-duale (advaita).

Questo avviene perché i pochi aspiranti sono qualificati per discipline mistiche invece che iniziatiche o gnostiche. Alcuni hanno un’istanza di aspirazione alla conoscenza, con un sentimento di anarchia e confusione che fa loro ripugnare l’idea di un guru che guidi lungo un percorso all’interno di discipline spirituali di trasformazione.

Le cime raggiunte attraverso un percorso mistico non sono necessariamente stabili, mancando una tradizione metafisica di indirizzo cui prestare un attento ascolto; la disciplina di una conoscenza realizzativa può incutere timore o rifiuto in chi non è qualificato. Non per la disciplina in se stessa (chi, realmente motivato, si sottrarrebbe osservando i codificati risultati riscontrabili in ogni Conoscitore?), ciò che realmente allontana è l’insostenibilità della visione del riflesso di sé nel guru.

È facile proiettare emozioni su un Ramana sempre silente, ove ogni silenzio diviene assenso alle intemperanze della propria mente; eppure il Sri Ramana che si trae fuori dai libri non è reale, poiché non c’è un solo Ramana Maharshi, ma ne esistono tanti quanti sono stati i livelli di consapevolezza che hanno avuto accesso alla sua Presenza.

La via tracciata da Sri Ramana Maharshi appare erroneamente libera, senza biso­gno del guru, senza alcuna disciplina, facile: anche un adolescente è stato in grado di per­correrla. Realizzato il Sé nell’adolescenza, è stato riconosciuto come un jivamukta (libera­to in vita) dalle diverse tradizioni, filosofie e religioni, non solo dell’India. Sfugge a tanti però l’intensità di vita subito successiva alla realizzazione del Sé, nonché l’insegnamen­to silenzioso che impartì ai primi discepoli qualificati. Ci sono poi aspetti dimenticati dai primi biografi e cronisti occidentali (Paul Brunton e Arthur Osborne). O, forse, di costo­ro furono pubblicati solo gli scritti attinenti il suo insegnamento intellegibile, tralasciando il contorno e la quotidianità della sua vita: un lascito non indifferente. La tradizione advai­ta non contempla attenzione alla modalità di vita di un Conoscitore, considerando secon­dari gli aspetti fenomenici rispetto all’essen­za che è chiamato ad incarnare; ma se essi vengono raccolti e lasciati, allora essi sono parte integrante del suo lascito iniziatico.

Abbiamo le parole di tanti rishi del passato, nel periodo postvedico la tradizione metafisica viene accompagnata per mano da alcuni Princìpi quali Viasa e Shankara, ma quanti oggi sono qualificati ad un accesso diretto a quell’Essenza attraverso l’ascolto delle loro testimonianze? Nel kaliyuga, è detto l’accesso diretto non essere possibile, se non all’Essenza stessa incarnata. Per questo il discepolato viene considerato necessario ed esso comprende anche il karmayoga. Dove andare a prendere testimonianze di cosa sia oggi il discepolato accanto ad un Conoscitore?

Il mahasamadhi di Sri Ramana Maharshi è stato non più di sessant’anni fa e da allora è proseguita l’opera indefessa dello Sri Ramanasram nel rendere disponibili le testimonianze relative a tutti coloro che in una misura o nell’altra furono in contatto con la sua Presenza. Ne viene fuori un’immagine diversa da quella del saggio indifferente al mondo, silenziosamente assiso su una montagna. Viene fuori un Ramana attento alle sfumature della vita dei discepoli, rispettoso delle varie forme tradizionali. Attento ai bisogni di ogni ordine di vita, dallo scorpione al serpente, dallo scoiattolo alla scimmia, dal cane alla mucca, dal corvo al pavone. Attento al ripristino di alcune tradizioni iniziatiche tamil. Attento agli aspiranti in più discipline e, raramente, intento a testimoniare i propri stati di coscienza e come si stabilizzarono.

Sri Ramana seguì una disciplina cui non ven­ne mai meno, se non per precise ragioni: la disciplina della consapevolezza. Fu questa a produrre quasi come effetto consustanziale il ri­spetto per la Vita manifesta in ogni sua forma.

 

Vidya Bharata