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Quando Sri Ramana Maharshi viveva ancora nella grotta di Virupaksha, i sadhu che vivevano sulle pendici di Arunachala, accortisi della sua capacità di leggere il sanscrito, gli portavano i testi della tradizione vedica per farseli tradurre. Fu leggendo questi libri che scoprì che quanto gli era accaduto non era un qualcosa di sconosciuto, ma era stato addirittura testimoniato dagli antichi rishi. Fu allora che il Maharshi acquisì il linguaggio necessario per testimoniare al mondo la sua eccezionale “esperienza” non duale.

Il Vivekacudamani di Shankaracarya è uno di questi testi e Sri Ramana ne curò la traduzione in prosa tamil scrivendo una introduzione che qui viene tradotta dall’originale inglese. “Ogni essere nel mondo ambisce ad essere sempre felice,  ad essere libero dalla schiavitù disindentificandosi dal fenomenico, che non è la sua vera natura. Ognuno ha caro l'amore per se stesso, e questo amore non è possibile in assenza di felicità.

Nel sonno profondo, nonostante si sia privi di ogni cosa, si esperisce la gioia. Tuttavia, a causa dell’ignoranza della reale natura del proprio essere, che è felicità in sé, la gente annaspa nel grande oceano dell’esistenza fenomenica, abbandonando il giusto sentiero che conduce alla letizia, e agisce nell’errata convinzione che la via per essere felici consista nell’ottenere i piaceri di questo e dell’altro mondo.

Ma la felicità esperita nei piaceri mondani, fa esperire anche il dolore (dualità). È precisamente per lo scopo di far notare il retto sentiero che porta alla vera gioia che il Signore Shiva, assumendo la forma e il nome di Shankaracharya, scrisse i commentari sul Triplo Canone (pras†ana traya) del Vedanta, che elogia l’eccellenza di questa beatitudine; ed egli lo dimostrò con il suo proprio esempio nella vita. Questi commentari, comunque, sono di poca utilità a quegli ardenti ricercatori che sono intenti a realizzare la beatitudine della Liberazione ma non hanno l’erudizione necessaria per studiarli.

È per questo che Sri Shankaracharya rivelò l’essenza dei commentari in questo breve trattato il Vivekacudamani, Il Gran Gioiello della Discriminazione, dove spiega nei particolari i punti che devono essere afferrati da quelli che cercano la Liberazione dirigendoli alla Verità, al sentiero diretto.

Sri Shankaracharya comincia ad osservare che è veramente difficile arrivare alla nascita umana, e che avendola raggiunta, ci si sforzerà di raggiungere la beatitudine della Liberazione che è la reale e sola natura di ogni essere. Solo attraverso jnana o dalla conoscenza (o consapevolezza) spirituale questa Beatitudine può essere realizzata, e jnana è raggiunta soltanto attraverso vicara o la costante indagine. (In ordine di apprendimento) Come prima cosa per apprendere questo metodo di indagine, dice Sri Shankaracharya, si cercherà la grazia di un guru, e poi, procede a descrivere le qualità del guru e del suo discepolo e di come quest’ultimo si avvicinerà e servirà il suo maestro. Egli inoltre sottolinea che affinché si realizzi la beatitudine della Liberazione, lo sforzo individuale è un fattore essenziale. Mai la semplice erudizione libresca permette questa beatitudine: essa può essere realizzata soltanto attraverso l’auto-indagine o vicara, che consiste di sravana o devota attenzione ai precetti del guru, manana o profonda contemplazione e nididhyasana o la coltivazione dell’equanimità nel Sé.

I tre corpi, fisico, sottile e causale sono non-sé e sono irreali. Il Sé, che è l’aham o l’“Io” è completamente differente da loro. Esso è causato dall’ignoranza che è il significato del Sé o il concetto dell’Io attribuito a quello che non è il Sé: questo, infatti, è la schiavitù. Poiché dall’ignoranza ha origine al schiavitù, dalla conoscenza consegue la Liberazione. Apprendere questo dal guru è savana.

Il processo di manana, che è un’indagine nel sottile o profonda contemplazione, consiste nel rifiutare i tre corpi costituiti dalle cinque guaine (fisico, vitale, mentale, intellettuale e di beatitudine), come non “Io” e scoprire attraverso la sottile indagine del “Chi sono Io?” [autodiscriminazione] che l’Io è differente da tutti e tre i corpi ed esiste unico ed universale nel cuore come l’aham o “Io”, proprio come uno stelo d’erba è delicatamente estratto fuori dal suo covone. Questo “Io” è denotato dalla parola tvam (nel sacro detto “Tat Tvam Asi: Tu Sei Quello”).

Il mondo dei nomi e delle forme non essendo altro che il Tat o Brahman e, non avendo realtà separata, è rifiutato come realtà a sé e dichiarato essere come nient’altro che il Brahman. L’istruzione del discepolo da parte del guru nella mahavakyaTat Tvam Asi”, che dichiara l’identità del “Sé” e del “Supremo”, è l’upadesha (insegnamento spirituale). Il discepolo ha poi la fortuna di rimanere nello stato beato di Aham Brahman, (Io-Assoluto). Tuttavia, le vecchie tendenze della mente germogliano compatte e forti, costituiscono un impedimento. Queste tendenze sono come i rami di un albero e l’ego è la loro radice. L’ego fiorisce nell’esteriorizzazione e la coscienza discriminante è causata dalla forza di proiezione dovuta a rajas e dalla forza velante dovuta a tamas.

Fissare la mente fermamente nel cuore finché queste forze sono distrutte e risvegliare con ferma e continua vigilanza, la vera e consustanziale tendenza caratteristica dell’Atman, e che è espressa dal detto “Aham Brahmasmi: Io sono il Brahman” e “Brahmaivaham: Io sono il solo Brahman”, è chiamata nididhyasana o atmanusandhana che è la costanza nel Sé. Questo è altresì chiamato bakti, yoga e dhyana. Atmanusandhana è stato comparato al latte cagliato in una zangola per fare il burro, la mente è comparata alla zangola, il cuore al latte cagliato e la pratica di concentrazione sul Sé al processo di zangolatura. Proprio come il burro è fatto dalla zangolatura del latte cagliato e il fuoco dall’attrito, così il naturale e immutabile stato di nirvikalpa samadhi è prodotto dalla ferma e vigilante concentrazione sul Sé, incessante come un continuo flusso d’olio. Questa resa pronta e spontanea nonché diretta, immediata, libera ed universale percezione del Brahman, che è immediate conoscenza ed esperienza e trascende tempo e spazio.

Questa percezione è auto-realizzazione. Raggiungendola si tagliano i nodi del cuore. Le false illusioni dell’ignoranza, le cattive e vecchie tendenze della mente che costituiscono questo nodo sono distrutte. Tutti i dubbi sono dissipati e la schiavitù del karma è recisa.

Così ne Il Gran Gioiello della Discriminazione Sri Shankaracharya ha descritto il samadhi o trance spirituale che è illimitata beatitudine di Liberazione, senza dubbio e dualità; allo stesso tempo ha indicato i mezzi per il suo compimento. Raggiungere questo stato di libertà dalla dualità è il vero scopo della vita, e soltanto chi lo ha raggiunto è un Jivanmukta, Liberato in vita, e non chi ha una semplice comprensione teorica di cosa siano i purusartha o gli scopi finali mira dello sforzo umano.

Definendo un Jivanmukta, Sri Shankaracharya dichiara di un essere libero dai legami dei tre tipi di karma (samcita, agami e prarabdha). Il discepolo raggiunge questo stato e poi testimonia la sua esperienza personale. Chi è liberato è veramente libero di agire come gli pare, e quando lascia il corpo rimane nella Liberazione e senza mai tornare a nascere, che è la morte. Sri Shankaracharya descrive la Realizzazione, che è Liberazione, come doppia, Jivanmukta e Videhamukta, come spiegato sopra.

In questo breve trattato, scritto in forma di dialogo tra un Maestro e il suo discepolo, vengono considerati anche molti altri argomenti pertinenti.

 

Ramana Maharshi

Traduzione dall’Inglese a cura di A. Russo