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La simbologia della Montagna è profondamente radicata in mol­te tradizioni e riporta sempre ai concetti di stabilità, elevazione, centro. È anche il simbolo dell’intera manifestazione nonché dello spazio propriamente umano. La forma grafica del triangolo iniziatico è pure una rappresentazione simbolica del Monte la cui base coincide con la terra, mondo della manifestazione corporea (bhUR), la cima tocca il Cielo, regno del non-manifesto (svaH) e lo spazio intermedio, l’atmosfera, raccoglie il mondo della manifestazione sottile (bhuvaH).

Questa triplice ripartizione, nell’uomo (microcosmo) cor­risponde al corpo, anima e spirito, e a livello macrocosmico prende il nome di mahAnga, o regno di tutta la materialità del Cosmo, mahAt­ma o anima universale e brahAt­ma o regno dello Spirito Divino. Ordinariamente l’uomo vive ai piedi della Montagna immerso in una realtà densa, frazionata, di di­spersione e lontano dalla perfezione. Proprio come nel dantesco “nel mez­zo del cammin di nostra vita” egli si ritrova in una selva oscura senza riuscire a scorgere la giusta via.

Allo stesso modo Arjuna, nel campo di battaglia, confuso, disperato, privo di ogni desiderio di vittoria, di regni o di piaceri, aggiogato dai suoi sen­timenti, chiede lumi a KRISHNA, il suo maestro e guida, perché gli indichi la via per intraprendere la giusta azione. Oltrepassare questa condizione ordi­naria significa intraprendere la scala­ta della Montagna il cui compimento rappresenta per l’uomo la completa realizzazione di tutte le sue possi­bilità. Si tratta di raggiungere non tanto un luogo ma uno stato in cui si riveste la funzione di Re del Mondo o Sovrano-Pontefice, cioè di colui che è capace di essere mediatore tra questo mondo e i mondi superiori.

Nello yoga, colui che ha raggiunto la cima del Monte realizzando, quindi, completamente la sua funzione regale è chiamato yogarUDha. GaruDa è l’aquila, capace di elevarsi oltre la cime, ove dimora, e di fissare direttamente il sole (lo Spirito Divino). Essa occupa infatti quel luogo centrale in cui avviene una comunicazio­ne diretta tra il mondo terrestre e quello divino. GaruDa è anche la cavalcatura di ViSNU, divinità solare, protettore dell’universo, guerriero e cu­stode della tradizione: la cima del Monte, come vedremo in seguito, è anche luogo della conser­vazione della Tradizione. Scopo del viaggio (e anche dell’iniziazione) non è solo quello di rag­giungere la vetta del monte, ma di proseguire il viaggio oltre, elevandosi a stati ancora superiori.

Al di sopra della montagna sacra oltre i tre mondi (bhUR, svaH, bhuvaH), si incontra­no infatti realtà non più connesse con il mon­do manifesto (mahah, janah, tapah e satya) che corrispondono alle gerarchie angeliche ove non vi è più nulla di propriamente “umano” e ancora oltre, verso l’obiettivo ultimo del viag­gio, verso Colui che è l’origine del tutto e dal quale tutto dipende, ossia “L’Amor che muo­ve il Sole e l’altre stelle” (Dante - Paradiso).

Nella cosmogonia indù, la montagna sacra è Meru che in certe rappresentazioni è col­locata al centro di un grande fiore di loto i cui sette petali costituiscono i continenti che nelle varie epoche storiche emergono rappresentando il mondo terrestre. Sette sono anche le direzio­ni nello spazio che in India sono i quattro punti cardinali, lo Zenith, il Nadir e il centro stesso. Pure ogni faccia di Meru ha un suo colore, il monte, nel suo insieme, è bianco e per questo è anche chiamato la Montagna Bianca. Il mondo terrestre (Jambudvipa), si dice sia posto al Sud del monte Meru, pertanto Meru mostra alla ter­ra il suo lato sud, di colore turchese ove la luce si riflette provocando il colore azzurro del cielo.

Così si legge in alcuni versi tratti dalla rac­colta “I centomila canti di Milarepa”:

 

 “... Il prezioso monte Meru

lo Stupa al centro dell’Universo,

A Sud emana una luce di puro turchese;

Essa è il grande ornamento del

Firmamento di Zambuling”

 

Considerato quindi che l’alternato emer­gere del “mondo terrestre” in posizione sempre diversa attorno a Meru provoca un di­verso orientamento della Terra rispetto al mon­te, è comunque da rilevare che Meru conser­va in ogni caso la sua immobilità e centralità.

L’uomo, per intraprendere l’ascensione, deve pure dimorare al centro della pro­pria individualità e, attraverso un adeguato cammino, deve poter “scendere” nella pro­pria natura essenziale, punto di partenza per elevarsi verso la Cima. Anche Dante inizia il suo viaggio da una posizione di centralità sia temporale (“nel mezzo del cammin di nostra vita”) che spaziale, scendendo prima al centro della Terra e da questo risalendo verso il Cielo.

Il Centro rappresenta quindi l’Origine di tut­te le cose da dove, per la sua stessa poten­za (sHakti), si diparte l’intera manifestazione che gli ruota attorno, dispiegandosi in tutte le sue possibilità con un’azione centrifuga che trova ulteriori espressioni sempre più lontano dal centro stesso. Ritornare all’Origine delle cose significa riavvicinarsi al centro ritrovan­do la saldezza dell’immobilità e dell’eternità.

Questa idea di immobilità e di stabilità del monte è ancor più suggerita da certe imma­gini in cui Meru si erge su di un’isola circonda­ta da un mare agitato. L’acqua è simbolo della materia prima di prakRti, la Potenza creatrice, da cui ogni cosa manifesta ha avuto origine ed è il luogo dei continui mutamenti, delle cose assog­gettate alla temporalità. Ma questo mare agitato non toccherà la cima del monte, come il diluvio non potrà raggiungere il paradiso terrestre tro­vandosi questo al di là del mondo dei mutamenti.

La cima rappresenta anche il luogo in cui la Tradizione viene conservata: ma come il Pa­radiso Terrestre è divenuto inaccessibile, così lo può divenire la Tradizione, lontana e nascosta, come fosse perduta, ma conservata in alcuni cen­tri occulti, ovvero sulle Cime inaccessibili. Anche l’Arca può essere il luogo della conservazione della Tradizione e non solo nella cultura cristiana.

Nei testi puranici dell’India si narra di Satyavrata che, sotto le vesti di un pesce, dopo aver appreso dell’imminenza della di­struzione del mondo da parte delle acque, co­struisce un’Arca, come ordinatogli da ViSNU, ove poter conservare i germi del mondo fu­turo e, dopo il diluvio, portare agli uomini i Veda, cioè la Tradizione. È evidente l’analo­gia con la vicenda di Noè che salva il seme della vita nell’Arca, dimora protetta da Dio. Salire la montagna per raggiungere la vetta, comporta il progressivo abbandono dei mezzi che sono stati utili alla “scalata” ed anche il distacco da un mondo tutto esteriore fatto di nomi e di forme che velano la Realtà assoluta. Nella BhagavadgIta questo distacco implica necessariamente ‘l’azione senza desiderio’ (niSkAmakarma), la rinuncia ai frutti dell’azione.

La consapevolezza che nulla esiste al di fuori del Principio porta a quella “povertà spi­rituale” ritenuta da varie Tradizioni essenziale per poter ritornare alle proprie radici, alle ori­gini (qui rappresentate come la cima del mon­te). Solo nello stato di perfetta semplicità, ca­ratteristico del ritorno allo stato primordiale, ci può essere pura contemplazione che porta alla Conoscenza della ragione prima delle cose. “Questa “povertà” (in arabo el-faqr) con­duce, secondo l’esoterismo mussulma­no, a el-fana, cioè all’”estinzione” dell’“io”; per mezzo di questa “estinzione” si perviene alla “sta­zione divina” (el-maquam el-ilahi), che è il punto centrale dove tutte le distinzioni inerenti ai punti di vista esteriori sono superate, dove tutte le op­posizioni sono cancellate e risolte in un equilibrio perfetto.” (Guénon, Scritti sull’esoterismo isla­mico e il Taoismo, Ed. Adelphi - 1993 - pag. 48)

L’estinzione dell’io è il superamento del molteplice per il raggiungimento della Vetta, unico punto nel quale vi è comunicazio­ne, via di passaggio, verso il Cielo. Nel sim­bolismo evangelico, questa via di passaggio è anche una porta stretta, la “cruna dell’ago” attraverso la quale i “ricchi” non possono pas­sare in quanto sono stati incapaci di impove­rirsi delle loro “molteplicità” e pertanto non hanno saputo ascendere dal sapere distintivo alla Conoscenza unitaria rimanendo prigionie­ri indefinitamente dei cicli di manifestazione.

 

“Saggio è colui che si stupisce di tutto”. Andrè Gide

 

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