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E' detto nei Purana che, con l'affermarsi del Kali Yuga (Era oscura), l'umanità parlerà tanto del Brahman ma poiché sarà assorbita dalla vita sensoriale, non cercherà di comprendere, di armonizzarsi e di essere Quello.

Possiamo notare che molti sono indifferenti o persino contrari alla verità e all'esperienza spirituale. In queste condizioni come può una persona che non ha in sé le qualità di base indispensabili: aspirazione, zelo ed autocontrollo, e non è in grado di concentrare la sua mente neppure sulla ripetizione di qualsiasi mantra o Nome di Dio, comprendere la Realtà ultima che è più sottile del sottile?

Ecco perché, nella tradizione spirituale di ogni religione, l'attenzione interiore, l'aspirazione, l'autocontrollo e la concentrazione su determinati mantra nonché lo studio delle Scritture sono basilari nei primi passi della vita spirituale.

I Rishi vedici, essi stessi rivelatori di mantra conoscevano la potenza che questi avevano nella formazione della propria vita spirituale. Il significato stesso del termine mantra è: «quello che protegge colui che lo ripete e lo medita» - manvanam trayate iti mantrah. I mantra noti sono delle semplici parole o sillabe; essi sono dei serbatoi di Potere Divino capaci di trasformare colui che ne fa pratica. Sono forme-suono che originano nel cuore di un saggio perfettamente sintonizzato con il Divino. Maharshi Vasishta consiglia agli aspiranti spirituali: «Tenetevi ben saldi ad un mantra ed in modo innocente. Allora, persino le tendenze più radicate che legano la niente non saranno più un ostacolo sul vostro sentiero se dimorerete nel Supremo, dedicando ogni vostro atto a Lui » (Rig Veda).

E' affermato in modo categorico nei Purana, ed è confermato da ogni saggio e santo, che nel Kali Yuga vi è un solo modo per arrivare a Dio ed esso consiste nella ripetizione del Suo Nome. Anche la Bhagavad Gita elogia japa come il metodo migliore di adorazione (X, 25). E rispondendo alla domanda di Daivarata che chiedeva se la ripetizione dei mantra avrebbe dato lo stesso risultato della pratica continua della pura ricerca non oggettiva, Bhagavan Ramana disse:

«Quei ricercatori desiderosi e zelanti troveranno il successo ripetendo, con mente ben salda, i mantra o pranava. Solo così la mente si ritira dagli oggetti sensoriali e diventa una col Sé reale» (Ramana Gita III, 10, 11).

Appaya Dikshita, un grande devoto e studioso dell'India meridionale, inizia il suo trattato Gayatri Rahasya affermando che la Gayatri mantra è l'unico rifugio di coloro che seguono tutti i sentieri Karma, Bhakti, Raja e Jnana e conclude dicendo: «Siccome la Gayatri si erge supremo tra i mantra come quello che libera dai legami dell'ignoranza, si dovrebbe meditare su di esso con un cuore libero da ogni attaccamento e continuare a praticarlo persino quando si è di fronte a terribili ostacoli.»

E Manu dice che le due cose che ci permettono di mantenere pura la nostra natura spirituale sono la continua pratica del Gayatri japa e la spontanea amicizia verso tutti. Questo spiega perché nella Tradizione vedica si è iniziati al Gayatri sin dalla prima fanciullezza. Con la coscienza illuminata dalla meditazione sul Gayatri ci si sente uno con il tutto e questa è la base dell'Amore universale.

Dedicare la propria vita a tapas è l'ideale più alto dell'esistenza umana in ogni credenza sacra. Il termine tapas significa aspirazione e sforzo spirituale. Nulla si ottiene senza lo sforzo di concentrazione. Tutte le scoperte della scienza sono il risultato di tale dedizione - anche se esse appartengono al regno della natura esteriore, l'universo fenomenico. L'intenso tapas assieme ad una sincerità e purezza assolute sono indispensabili per la scoperta della Verità spirituale, la quale deve essere realizzata da ciascuno in modo personale, giacché essa è inerente alla propria reale natura. Questo è ciò che intende il Rishi quando dice: «Nostro Signore, l'Agni risplendente, per mezzo della sua consapevolezza pervade ogni cosa. Possiamo noi riconquistare la nostra antica gloria in Lui» (R.V.: I, 70).

Tapas è definito da Manu come la concentrazione di tutte le nostre facoltà, ed è considerato come la maggiore di tutte le virtù, in quanto è l'essenza stessa di esse. Tapas rende possibile l'impossibile. I Rishi che risplendono con tali tapas e con i loro mantra sono raggi di quella luce interiore. Nella Taittiriya Upanishad troviamo che Bhrigu viene indirizzato da suo padre Varuna a cercare Brahman (la Realtà Ultima) per mezzo di tapas, il quale è Brahman. Vediamo allora Bhrigu, impegnato in tapas, che s'innalza da uno stadio all'altro rigettando il fisico, il corpo vitale, il mentale e l'intelletto fino al conseguimento ultimo della consapevolezza non-duale della Beatitudine Brahmanica. Questo è il significato del mantra Rig vedico: yat sanoh sanum aruhat: «Innalzandoci da uno stadio all'altro, il sentiero diventa sempre più chiaro; allora Indra fa dono della sua grazia ai devoti, rivela la Verità e li porta verso se stesso » (R.V.: I, 10, 2). Ed è anche detto che coloro i quali sono in tal modo indirizzati non devieranno mai dalla Legge Divina - essi agiscono spontaneamente in conformità ad essa, sempre in sintonia con l'universale (I, 69-4). Il Supremo è onnisciente, saggio e silenzioso e così è il devoto per mezzo della Sua Grazia.

Ecco tre sutra tratti dalla Bhagavad Gita che ci danno accenni pratici su ciò che è tapas:

I. Il rispetto reso ai Deva, ai nati due volte, ai Guru, ai Saggi, la purezza, la rettitudine, la continenza ed innocuità - questi il fondamento di tapas.

2. Discorrere senza eccitazione, in modo veritiero, amorevole e benefico, japa e lo studio delle Scritture - queste sono le caratteristiche del tapas vocale.

3. La tranquillità della mente, la benevolenza, il silenzio, l'autocontrollo e la purezza di cuore - questi sono gli aspetti del tapas mentale.
(Cap. XVII: 14-15-16).

Bhagavan Ramana, nella sua Upadesa Saram (Essenza dell'Insegnamento) ha tracciato i passi progressivi fino allo splendore naturale del Sé Supremo, sradicando il senso di separatività dell'io. Questo, egli dice, è il tapas più grande. Nella sua vita troviamo il Nome, Arunachala, che vibra dentro di lui sin dalla sua infanzia fino a condurlo allo splendore ininterrotto del Sé Supremo. E si riferisce ad Arunachala come a suo Padre nello scritto che ci ha lasciato prima di abbandonare la sua casa e lo stesso riferimento è riportato nei suoi immortali “Inni” di lode - Vediamo che il rapporto devozionale tra Padre e Figlio ci conduce all'esperienza dell'identità assoluta. E' interessante notare come la relazione tra padre e figlio è fondamentale negli inni vedici.

Madhuchandas pregava Agni: «Come un padre per il figlio, sii facile da raggiungere e rimani per sempre con noi per il nostro bene ».

Vasishta prega Indra: «Signore, benedicici con la tua benevolenza come un padre verso i figli e guidaci lungo questo Sentiero in modo che possiamo essere illuminati ora e qui » (VII, 32, 36).

Vi è un termine molto profondo nei Veda per denotare Atma Nishta: Dhiyamdhah, vale a dire colui che mantiene il suo intelletto ben saldo o coloro che sono sthitha prajnas secondo la Bhagavad Gita. Lo si trova in un mantra di Maharshi Parasara che parla di Agni: «Persino il più intelligente dei Deva, nonostante i suoi sforzi, non riconobbe il bambino Agni che gioca con tutti noi, mentre coloro che mantennero il proprio intelletto ben saldo, seguendo le impronte dei suoi piedi, con profonda aspirazione, si ritrovarono nella sua affascinante dimora » (I, 72, 2). Agni è descritto come la scintilla e la Folgore della Verità (ritasya presha, ritasya dheetih) ed equivale al termine Atma Sphurana (Splendore del Sé), la parola chiave trovata nell'insegnamento di Ramana.

« M'inchino dinanzi a quel Guru  – Ramana-  successione ininterrotta di beatitudine, a Quello la cui forma è Pura Consapevolezza e la cui vera natura è comprensione totale ».

 

Vidya - Luglio-Agosto 1976 - Lo splendore continuo della consapevolezza interiore  - 

(Estratto)  Dal «The Mountain Path» - Aprile 1975 -