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Cos’è il desiderio?

Possiamo dirlo... anelito verso altro, trasformazione verso altro, movimento verso altro. Quindi si necessita una alterità e un processo. Osserviamo come non sia richiesto alcun soggetto, perché alla fine il soggetto è il processo stesso, ossia il desiderio. Il desiderio è il soggetto, o quanto noi crediamo tale, del sensibile o manifesto. Se un aspirante si osserva alla ricerca di quanto chiama io, troverà solo dei movimenti, delle credenze, delle adesioni (aderenti o conseguenti ai desideri), esauriti i quali non c’è più nulla da esaminare... se non un sottofondo, un movimento, quello stesso che si sta manifestando in quell’istante e che è a sua volta un desiderio (in quel specifico caso di conoscenza).

Spostandosi dall’individuale all’universale, ecco che lo scopo, la causa del manifesto è l’ottemperamento di un desiderio... un desiderio di esistenza pura, di alterità intesa come autoesistenza.

Volendo spostarsi da un altro punto di vista, la stessa affermazione può essere detta altresì: «Il manifesto è lo svolgimento di tanti diversi effetti causati o desideri».

Eppure ci sono i libri e persone che non fanno altro che invocare l’elisione e l’annullamento dei desideri...

Vorrebbero insegnare che il desiderio è un qualcosa che deve essere eliminato, allontanato, annullato. In realtà questo è impossibile nella misura in cui c’è un soggetto che cerchi di farlo. Chi afferma queste cose, pertanto, o sta riportando aspetti non praticati con successo al punto di raggiungere uno stato senza desideri o vi sta riferendo delle cose che non erano rivolte a lui e probabilmente nemmeno a voi.

L’insegnamento “bisogna eliminare i desideri” è un insegnamento per aspiranti evoluti, già in prossimità del silenzio, ove i desideri sono ridotti, anche se talvolta intensi, ma spesso semplici abitudini mentali.

A coloro che invece non si trovino in quella posizione (che corrisponde a quella dell’anacoreta e poi del rinunciante), quindi parliamo del giovane che si avvicina alla vita o dell’adulto preso dai compiti di responsabilità (famiglia, lavoro, etc.), i desideri sono gli strumenti e lo scopo stesso della vita che viene svolta nella fruizione degli stessi.

Sarebbe terribile che lo studente non desideri svolgere al meglio il proprio servizio, sarebbe terribile la madre che non desideri un buon futuro per il proprio figlio e quindi non desideri intensamente essere la migliore madre o la migliore moglie. Terribile il capofamiglia che non desideri assicurare un buon futuro per la propria progenie o essere un degno marito.

Iniziamo quindi a comprendere che il desiderio fa parte della vita e in certi casi non solo è lecito che ci sia, ma sarebbe devastante se non ci fosse.

Abbiamo detto che un desiderio è un movimento, un processo, un fluire; quindi fermare un movimento implica andare a scaricare nello stop l’energia impegnata nel processo. Chi ha mai cercato di fermare un desiderio sa quanto sia difficile, e chi ci sia riuscito sa anche quanto sia stato doloroso e dannoso.

Noi stessi diamo “corpo” ai desideri di chi ci ha concepito...fermare quel desiderio, significa uccidere il nostro corpo.

Non potendo rinunciare ai desideri, nella prima fase della vita, perché essi sono già degli effetti in atto, allora ci viene insegnato che un desiderio può essere rettificato e volto al bene, al Divino, alla Conoscenza.

Una personalità non disciplinata avrà desiderio (kama) per il benessere (artha) e cercherà la liberazione (moksha) dal dharma (dovere.) Una personalità disciplinata volgerà il dovere (dharma) al conseguimento del benessere (artha) e il desiderio (kama) verso la liberazione (moksha).

In realtà tutta la pratica spirituale non consiste nel fermare i desideri quanto nel volgerli all’armonia, e la tradizione dei popoli ci insegna che l’armonia si ottiene disciplinando la nostra personalità attraverso la Conoscenza (che può essere rivolta interiormente ad armonizzare noi stessi o esteriormente ad armonizzare, attraverso il servizio, il mondo).

Tutte le varie tecniche in uso oltre a servire all’ottenimento di improbabili poteri, servono ad acquisire la conoscenza degli strumenti che abbiamo. Nessuno dubita che uno yogi ad alto livello possa stare delle ore assorbito in samadhi, ma se fossero così tanti come alcuni immaginano, ci si potrebbe interrogare cosa questo serva a lui o all’umanità. Per questo, solitamente gli yogi, raggiunto il samadhi, lasciano il corpo; per tutti gli altri occorre verificare se siano dei millantatori che praticano una professione o se realmente, siano fra quei pochi che devono stabilizzare uno stato difficile per andare oltre, avendo un dharma differente rispetto a quello comune. Ma queste sono figure così rare, per quanto presenti, che il più delle volte occorre veramente stare attenti, che non si tratti piuttosto di praticanti caduti nella concettualizzazione della mente dianoetica.

Concentrazione, meditazione non servono ad affrettare la liberazione, servono a meglio vivere consapevolmente nel mondo le azioni che ci sono da compiere, è all’esaurirsi di queste che l’essente prende consapevolezza di sé, quale unica e comune Realtà.

È un paradosso: non affrettano la liberazione, ma non c’è liberazione senza le qualifiche che esse determinano. Per evitare che la mente ci finisca intrappolata, solitamente, il lavoro da fare, quale che sia la posizione sociale e quella coscienziale, consiste nel rettificare i desideri per volgere il dovere (dharma) al conseguimento del benessere (artha) e il desiderio (kama) verso la liberazione (moksha).

 

Vidya Bharata