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Il mio primo darshan di Bhagavan Sri Ramana avvenne nel gennaio 1921 allo Skandashram[1] che si trova sul versante est di Arunachala e sembra davvero il cuore della maestosa montagna. E’ un bell’angolo tranquillo di mondo, con alcuni alberi di cocco e altre varietà di alberi da frutto, che vive una perenne primavera cristallina. Bhagavan, che si trovava là, era il centro di tanta naturale bellezza.

Vidi in lui qualcosa di particolarmente interessante che lo distingueva chiaramente da tutti gli altri uomini che avevo incontrato fino ad allora.

Sembrava vivere al di fuori della sfera fisica, piuttosto distaccato da essa. Il suo sguardo e il suo sorriso emanavano un fascino decisamente spirituale. Quando parlava, le parole sembravano uscire da un abisso. Nella sua persona e nei suoi movimenti si poteva vedere una purezza immacolata e il non-attaccamento. Avvertii qualcosa di molto puro, nobile e sacro intorno a lui.

In sua presenza le distrazioni della mente erano sopraffatte da una calma austera e potente e si faceva esperienza di un unico incanto di pace. Avrei poi chiamato questo stato il Ramana lahari: ‘l’atmosfera incantevole di Ramana.'

In quest’estasi di grazia si perde il proprio senso di separatezza individuale e rimane qualcosa di immenso e di onnipervadente, onnidivorante.

Questo invero è lo spirito di Arunachala che ingloba l’intero universo nel suo fulgore di grazia.

C’erano circa dieci devoti che vivevano là con lui, inclusi sua madre e il fratello minore. Uno di loro era Vallimalai Murugar che ogni mattina cantava per un po’ le canzoni Tamil del Tirupugazh con grande fervore. Questi canti sono molto noti e sono stati composti dal famoso devoto Sri Arunagirinatha in lode di Subrahmanya.

Durante i canti Bhagavan era solito tenere il tempo (tala) battendo con due bastoncini sui due anelli di un braciere di ferro di carboni accesi che teneva di fronte a sé. Dal braciere uscivano volute di fumi d’incenso che parevano confondersi con la sottile e sacra atmosfera di Bhagavan. Mentre le sue mani tamburellavano ritmicamente sul braciere, il suo impenetrabile sguardo di grazia riportava un bagliore dell’Infinito nel silenzio. Fu un’esperienza indimenticabile.

C’era anche un altro devoto che veniva da Chidambaram, Subrahmanya Iyer, che spesso cantava con grande fervore sia i Tiruvachagam, gli inni composti da Bhagavan in lode di Arunachala, sia canti in lode di Bhagavan stesso.

Una mattina, quando iniziò un canto con il verso "Ramana Satguru, Ramana Satguru, Ramana Satguru Rayane" anche Bhagavan si unì al canto. Il devoto ne fu divertito e iniziò a ridere al pensiero di Bhagavan che cantava le lodi a se stesso.

Espresse il suo divertimento e Bhagavan replicò, "Cosa c’è di straordinario? Perché si dovrebbe limitare Ramana ad una forma alta sei piedi? Non è forse la Divinità che tutto pervade che tu adori quando canti 'Ramana Satguru, Ramana Satguru?' Perché non dovrei unirmi anch’io al canto?" Ci sentimmo tutti elevati al punto di vista di Bhagavan.

Gli abitanti dell’asramam erano soliti alzarsi all’alba e cantare alcuni canti devozionali in lode di Arunachala e di Bhagavan Ramana prima di iniziare il proprio lavoro quotidiano. Niranjanananda Svami disse a Bhagavan che io sapevo recitare inni in Sanscrito e  Bhagavan mi guardò con una certa aspettativa. A quel punto, comprendendo che era impossibile ignorarlo, recitai alcuni versi in sanscrito.

Quando finii, Bhagavan mi guardò con dolcezza e disse: "Hai imparato tutto questo, per me, non è stato così?. Prima di venire qui non sapevo nulla e non avevo imparato nulla. Qualche potere misterioso ha preso possesso di me effettuando una radicale trasformazione. Chi fu allora a comprendere che cosa mi stava succedendo? Tuo padre, che nella sua adolescenza aveva intenzione di recarsi in Himalaya per il tapas (praticare le austerità), ma poi divenne il capostipite di una grande famiglia. Io, invece, che non sapevo nulla e non avevo pianificato alcunché, sono stato trascinato e trattenuto qui definitivamente!

Quando ho lasciato casa mia, a diciassette anni, ero come un granello spazzato via da una tremenda onda di piena. Non conoscevo il mio corpo o il mondo, né sapevo se era giorno o notte. Era difficile persino aprire gli occhi: le palpebre sembravano incollate. Il mio corpo divenne un mero scheletro. I visitatori avevano pena della mia condizione poiché non erano consapevoli di quanto fossi benedetto. Fu dopo anni che incontrai il termine 'Brahman' quando mi capitò di guardare alcuni libri sul Vedanta che mi erano stati portati. Divertito, mi dissi, 'Questo stato è detto Brahman’!"

Fu uno dei primi devoti di Bhagavan Ramana, Sivaprakasam Pillai, a ricordare questo aneddoto all’inizio della sua breve biografia di Bhagavan in versi Tamil (nota come la Sri Ramana Charita Ahaval) con la frase:"Colui che è diventato un conoscitore del Brahman senza nemmeno conoscere il termine Brahman." Sivaprakasam Pillai era solito sedere in un angolo alla presenza del Bhagavan, come una vera incarnazione dell’umiltà.

Quando seppe che conoscevo un po’ di sanscrito, Bhagavan mi chiese di prendere una copia della Ramana Gita e di darla a mio padre. Così feci, e fu soltanto dopo averla letta a fondo che mio padre comprese Bhagavan. Neppure io, però, ne avevo studiato i contenuti e fu solo alla fine del 1922, che approfondii quegli emozionanti versi in lode di Bhagavan Ramana.

Profondamente commosso, decisi di ritornare definitivamente da Bhagavan. Fu così che la Sri Ramana Gita servì a darmi una direzione precisa in un periodo critico della mia vita, quando stavo pensando di dedicarmi interamente alla ricerca spirituale.

Poiché fu impossibile ottenere il permesso di mio padre, lasciai la casa di nascosto e raggiunsi Tiruvannamalai la sera del 2 Gennaio 1923.

Seppi che Bhagavan aveva lasciato lo Skandashram e viveva in un cottage attiguo al Samadhi (tomba) della madre, sul lato sud di Arunachala così mi ci recai direttamente lì, dopo aver meditato per un po’ al tramonto.

Procedendo intorno alla montagna, raggiunsi il cottage dove Bhagavan viveva. Entrando, lo vidi pacificamente sdraiato su una predella sopraelevata. Quando mi inchinai rimanendo di fronte a lui, mi chiese: "Hai avuto il permesso dei tuoi genitori di venire qui?" Aveva colto nel segno, così risposi che non avrebbe dovuto farmi tale domanda, visto che era stato lui stesso ad attrarmi irresistibilmente ai suoi piedi. Con un sorriso, Bhagavan mi consigliò di informare i miei genitori di dove mi trovavo liberandoli dall’ansia in cui si trovavano. Il giorno seguente scrissi a mio padre e il giorno dopo trovai la sua lettera  con cui chiedeva all’asramam mie notizie.

Quel giorno vidi che era in corso una riunione di devoti e mi informarono che era per organizzare la celebrazione del quarantatreesimo compleanno di Bhagavan del giorno dopo. Compresi così che ero giunto da Bhagavan proprio la sera del famoso giorno dell’Arudra Darshanam[2].

La mattina seguente, molto presto, si radunarono molti devoti e si sedettero di fronte a Bhagavan. La mia attenzione venne particolarmente attratta da una persona radiosa che si trovava nel mezzo del gruppo. Venni a sapere che si trattava di Kavyakantha Ganapati Sastri, ma subito notai che non era soltanto uno sastri, un uomo colto, ma anche un poeta e un tapasvin (una persona dedita alle austerità dello yoga).

Aveva una fronte ampia, occhi brillanti, il naso aquilino, un viso affascinante, la barba e la sua voce aveva un suono melodioso. Tutti questi segni indicavano che era un rishi, pari agli antichi eminenti veggenti vedici. Nel suo parlare c’erano autorità, dignità e dolcezza e mentre parlava i suoi occhi scintillavano. Recitò i seguenti versi (sloka) appena composti in lode di Bhagavan e poi ne spiegò il significato:

1- E’ la fulgente Devi Uma a scintillare nei tuoi occhi, disperdendo l’ignoranza dei devoti;

2- E’ Lakshmi Devi, consorte di Vishnu dagli occhi di loto, a vivere nel tuo volto di loto;

3- E’ Para Vak Sarasvati, consorte di Brahma, a danzare nelle tue parole.

4- Grande Veggente, Ramana, Maestro del mondo intero,

5- Come può l’uomo mortale lodarti adeguatamente?

Quelli che sono stati in contatto con Ganapati Muni (poeta ed allievo di Ramana) troveranno che questi versi sono molto indicati a descrivere anche lui.

Dopo che i devoti giunti per la celebrazione del compleanno di Bhagavan ebbero lasciato l’asramam, lo avvicinai con la mia domanda: "Come posso innalzarmi dalla mia presente esistenza animale? I miei sforzi in quella direzione sono risultati futili e sono convinto che solo un potere superiore mi potrà trasformare. E questo che mi ha portato qui."

Bhagavan, con grande compassione, rispose: "Sì, hai ragione. E’ solo grazie al risveglio di un potere che sia più forte dei sensi e della mente, che questi possono essere soggiogati. Se risvegli e nutri la crescita di questo potere dentro di te, ogni altra cosa sarà conquistata. Si dovrebbe mantenere ininterrotto il flusso della meditazione. La moderazione nel cibo e restrizioni simili saranno utili per conservare l’equilibrio interiore." Fu questa grazia di Bhagavan che diede inizio alla mia vita spirituale. Una nuova fede si era accesa dentro di me e trovai in Lui la forza e il supporto che mi guidarono per sempre.

Un altro giorno, interrogato riguardo alla questione del brahmacharya (il controllo della sfera sessuale, castità, continenza), Bhagavan rispose: "Vivere e agire in Brahman è il vero brahmacharya; la continenza, naturalmente, è molto utile e indispensabile per raggiungere tale scopo. Ma finché continuerai ad identificarti con il corpo, non potrai sottrarti al pensiero del sesso e alla distrazione. Soltanto quando realizzerai di essere Pura Consapevolezza senza forma, la distinzione tra i sessi scomparirà definitivamente e raggiungerai il brahmacharya, senza sforzo e spontaneamente."

Una settimana dopo il mio arrivo, ottenni da Bhagavan il permesso di vivere in stato di madhukari, ossia, mendicando il cibo. In quel contesto, Bhagavan così disse: "Ne ho avuto esperienza, ho vissuto di questo tipo di cibo durante il mio periodo a Pavalakkundru, per evitare che i devoti mi portassero cibo ricco e speciale. E’ oltremodo diverso dall’essere un mendicante di professione. In questo stato ti senti indipendente e indifferente ad ogni cosa del mondo. Ha un effetto purificatore sulla mente.”

Quattro mesi dopo il mio arrivo ad Arunachala, i miei genitori vennero all’asramam per avere il darshan di Bhagavan e riportarmi a casa. Pur avendo fallito nel realizzare la seconda intenzione, furono in qualche modo consolati da Bhagavan prima di ripartire. Egli disse loro: "Se fosse possibile dissuadere qualcuno dalla strada che ha intrapreso con tutto il cuore e con l’anima, i genitori, per dovere, potrebbero cercare di farlo, se questa strada fosse sbagliata; ma il problema non si pone, se la strada intrapresa è intrinsecamente buona."

Mio padre era un cugino di Bhagavan di quattro o cinque anni più vecchio e conosceva molto bene Venkataraman prima che lasciasse la sua casa per recarsi a Tiruvannamalai.

Sebbene avesse saputo della grandezza spirituale di Bhagavan ed avesse studiato i suoi insegnamenti nella Sri Ramana Gita, nonché i versi in sua lode composti da Ganapati Muni, il poeta allievo di Bhagavan, non era sicuro di quale sarebbe stata la sua reazione alla vista di Bhagavan Ramana. Perciò decise di recarsi da lui con mente aperta e di constatare con i suoi occhi chi fosse veramente. Nel momento in cui lo vide nel mantapa[3] di pietra (sull’altro lato dell’asramam), fu sopraffatto da un senso di genuina venerazione, cadde ai suoi piedi in adorazione e disse: "Non c’è più nulla del Venkataraman che conoscevo bene in colui che vedo di fronte a me!" E il Bhagavan rispose con un sorriso: "E’ da molto tempo che quel compagno è scomparso una volta per tutte!"

Mio padre poi mi spiegò che non gli aveva reso visita fino a quel momento perché non sentiva di avere sufficiente impassibilità e non attaccamento per avvicinarlo.

Bhagavan replicò: "E’ davvero così? Sembri essere ossessionato dalla delusione, come se dovessi raggiungere il non attaccamento in un futuro lontano. Ma, se riconosci che la tua vera natura è il Sé, allora domandati a cosa è attaccato? L’impassibilità è la nostra vera natura."

Mentre il cottage dell’asramam veniva riparato, Bhagavan, durante il giorno rimaneva nel grande mantapa di pietra dall’altra parte della strada ed era lì che i devoti ottenevano il darshan. Bhagavan era solito cenare con altri all’ombra di un grande albero di mango situato nei terreni dell’asramam. La fresca, pura acqua del pozzo dell’asramam era conservata in grandi recipienti ai piedi dell’albero. Godemmo dell’ombra dell’albero e della grazia di Bhagavan che, come una fresca brezza, soffiava via i tormenti degli uomini.

Come consigliato da Bhagavan, mi impegnai ininterrottamente, giorno e notte, nel japa (ripetizione del Nome), smettendo soltanto durante le ore dedicate al sonno. Studiai la Sri Ramana Gita alla presenza di Bhagavan, abbeverandomi del significato di ogni suo sloka. Bhagavan stesso mi spiegò il suo Inno in lode di Arunachala.

Ero solito seguirlo persino durante le sue camminate del mattino e della sera, ascoltando le spiegazioni delle sue parole ispirate. Una mattina presto non c’era nessun altro vicino a Bhagavan ed egli mi propose di incamminarci insieme per Arunachala tornando  prima che gli altri potessero notare la sua assenza iniziando a cercarlo.

Mi accompagnò lungo il sentiero nella foresta suggerendomi che l’Inno di Shankara in Lode di Dakshinamurti avrebbe potuto essere l’argomento di discussione lungo il cammino. In circa tre ore raggiungemmo Pandava Thirtham sui fianchi di Arunachala, un po’ più ad est dell’asramam, dove egli in altre occasioni era solito fare un bagno.

Non pretenderò di aver compreso tutto quello che Bhagavan disse spiegandomi i significati dell’inno a Dakshinamurti, ma avere avuto la possibilità di godere, in solitudine la spirituale allegrezza della sua compagnia,  per me fu sufficiente.

Coloro che hanno avuto la buona sorte di trovarsi in compagnia di Swami Viswanatha, ricorderanno sempre il loro contatto con lui. Egli era un sadhu che aveva rinunciato a tutto, un’incarnazione vivente dell’umiltà, della semplicità e della profonda esperienza spirituale.

In un’occasione, quando un sincero devoto di New York gli chiese di narrare alcuni dei suoi ricordi su Sri Bhagavan, iniziò dicendo: "Sri Bhagavan mi ha dato l’esperienza di non essere altro che il mio Sé. Egli non è esterno a me."

Nonostante non avesse alcuna pretesa di erudizione, la sua conoscenza del Tamil e del Sanscrito era profonda. La sua padronanza dell’inglese era altrettanto precisa.

Bhagavan si accorse della sua acuta conoscenza degli argomenti letterari e lo incoraggiò. Oggi gli dobbiamo molte traduzioni ed opere, tra cui la composizione della preghiera dei 108 Nomi di Bhagavan, che viene recitata quotidianamente davanti al samadhi (tomba) del Maharshi.

Swami Viswanatha era amico e mentore di tutti i devoti che arrivavano allo Sri Ramanasramam. Il suo austero silenzio, il suo sorriso intelligente, il suo amore e l’attenzione per tutto e per tutti, specialmente per i disabili e i poveri e la sua guida paterna saranno sempre ricordati e rimpianti.

La seguente lettera inviata all’Arunachala Asram di New York, meno di due mesi prima della sua morte, è una testimonianza del tuo totale assorbimento nel Sé Supremo, che era per lui Arunachala Ramana.

Caro Arunachala Bhakta Bhagawata e cari fratelli devoti di New York e della Nuova Scozia, ho ricevuto una lettera di Sri Bhagawat del 31 luglio e una lettera di Dennis Hartel del 4 Agosto con i migliori auguri per Yogamayaji, Bhaskar, Joan, Evelyn, Darlene, Margò, Matthew e tutti voi.

Ricordo alcuni versi (in Tamil): Nama rupam poyyada, Nadadangalum sattada; che significano: "Il nome e la forma sono falsi, l’intero universo non è nient’altro che Esistenza."

La seconda metà del verso significa: "Non rinviare; continua ad andare avanti."

Qui tutto va bene. Ganeshan è tornato dal suo viaggio a Calcutta e da altri luoghi. Cosa c’è da scrivere e comunicare? Shankara dice nel suo Sarva vedantasiddhanta  sara sangraha che ho studiato in gioventù: "Silenzio, Silenzio e ancora Silenzio; Silenzio, Silenzio e nient’altro." Il Silenzio è dove si incontrano jnana e bhakti [conoscenza e devozione]. Non ci può essere alcun discorso nel profondo jnana  o in bhakti.

Ancora: Shankara ha scritto numerosi commenti, composto molte opere ed inni in lode di tutte le divinità, per guidare verso il proprio centro persone con diversa maturità spirituale. Dakshinamurti insegnava in silenzio, Sankara acconsentiva ad aiutare anche con il ragionamento e Ramana è Dakshinamurti e Shankara in un’unica forma.

Egli è Arunachala in forma umana. Le parole sono inadeguate per descriverlo. Quelli che hanno la fortuna di entrare nello Spirito di Arunachala sono salvati per Grazia Divina, non esistono più come individui. Sono perduti una volta per tutte nel Bhagavan. Perdersi significa salvarsi.

"L’ego è scomparso

Vivere come Quello soltanto

E’ una buona penitenza per la crescita,

Canta Ramana, il Sé."

 

Upadesa Saram, v. 30

 

Dopo tutto questo, come posso firmare con il mio nome?

Amore a tutti voi.

 

Sri Ramanasramam, 30 August 1979

 

tiruvannamalai

 


 

[1] In questo ashram Ramana visse tra il 1915 e il 1922

[2] Ramana Maharshi nacque da Venkataraman Iyer il 30 dicembre 1879 nel Tamil Nadu. La sua nascita è avvenuta in coincidenza con il giorno dell’ Arudra Darshanam, un’antichissima festa induista celebrata in Tamil Nadu e in Kerala. Arudra è la grande onda sacra con cui questo universo venne creato da Shiva circa 132.000.000 milioni di anni fa. Shiva è adorato nella forma di Nataraja, il danzatore cosmico. La festa di Arudra si svolge nella notte di luna piena  del mese di Margazhi (dicembre-gennaio) mese in cui cade la notte più lunga dell’anno. Alcune iscrizioni su pietra paiono testimoniare che si tratta di una festa celebrata da almeno 1500 anni. 

[3] Nel tempio indù il mandapa è una struttura a portico che conduce all’interno del tempio. In Tamil mantapa è una piattaforma circondata da colonne.