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Il fascino del sentiero diretto

La concezione advaita può facilmente prestarsi ai più diversi tipi di interpretazione. In realtà, si può sostenere che dal momento che lo “stato” advaita trascende ogni pensiero e ogni dualità, tutte le interpretazioni che se ne danno sono, in ultima analisi, dei fraintendimenti!

La stessa pratica advaita concerne l’eliminazione di pregiudizi, e in particolare di quelli concernenti la nostra vera natura di cui mette in evidenza la falsa identificazione con il corpo e il mondo esterno. Ma anche i pregiudizi riguardanti il sentiero possono costituire dei notevoli ostacoli da superare. Naturalmente molti di questi stessi pregiudizi possono essere propri di qualsiasi sentiero spirituale, perché tutti i sentieri spirituali hanno come meta stati di consapevolezza superiori che possono esercitare la loro attrazione sia sulla fantasia e sulla fuga dalla vita quotidiana piuttosto che su una genuina aspirazione. Ciò nonostante, poiché l'Advaita è il sentiero più sublime e più diretto, questa possibilità di distorsione è anche maggiore, come nel caso di uno scalatore ordinario che immagini di conquistare le vette del Monte Everest.

L’Advaita, per natura e in pratica, è di là da ogni schematizzazione, per cui c’e ampio spazio per sopravvalutare, se non addirittura esagerare i propri conseguimenti, e poca oggettività per restare con i piedi ben saldi a terra. Fin dai tempi delle Upanishad ci sono state critiche a proposito di quei praticanti che sono dei brillanti espositori della filosofia advaita ma sono privi della realizzazione che sola può avvalorarla. L’attrattiva di un sentiero rapido e diretto per accostarsi al Divino e diventare un guru ha uno speciale richiamo non solo per l’anima risvegliata ma anche per l’ego non risvegliato che vuole la gloria della realizzazione spirituale senza alcun duro lavoro o tapas per conseguirla.

Tuttavia, questi comuni fraintendimenti si sono ingranditi con l’espansione dell'Advaita in Occidente il quale, dominato dalla cultura dei media,è facile preda di stereotipi, produzioni di immagini e fantasticherie. Proprio come lo Yoga, che in Occidente e stato soggetto a molte distorsioni, al punto da essere stato limitato a una pratica di asana fisiche, allo stesso modo anche l’Advaita spesso viene limitato a una specie di illuminazione istantanea, a un altro sistema di espansione personale o a un altro tipo di psicologia popolare.

E’ sorto un intero movimento “neo-advaita” che riette non solo l’insegnamento tradizionale ma anche le richieste della cultura occidentale. Questo movimento, che contiene in sé molto di positivo, é forse una buona tendenza per il futuro ma è anche un terreno fertile per molte distorsioni che sono destinate ad accentuarsi con l’espansione della base popolare del movimento stesso.

Il sentiero advaita è anche radicato in una logica potente e semplice che non è difficile da apprendere: “Tu sei Quello”, “Il Brahman é Tutto”, “Tutto è Brahman” e cosi via. Possiamo facilmente confondere l’adozione di questa logica, che non è difficile, con l’effettiva realizzazione dello stato di coscienza che la sottende e che é qualcosa di completamente diverso. Possiamo rispondere a tutte le domande con “chi è che pone questa domanda?”, e ciò potrebbe non essere altro che un mero esercizio mentale.

Oggi lo studente-discepolo advaita, messo di fronte a pregiudizi vecchi e nuovi, trova difficile discernere un approccio genuino e una guida vera dalla massa di insegnamenti superficiali o fuorvianti, per quanto apparentemente ben espressi, popolari o piacevoli.

 

Advaita e Vedanta

Advaita è principalmente un termine del Vedanta, e indica la tradizione non duale del Vedanta. Anche se radicata nei Veda, nelle Upanishad e nella Gita, la sua forma più elevata risalta negli insegnamenti di Shankaracarya, che ha espresso tali insegnamenti vedici in un chiaro linguaggio razionale di facile comprensibilità anche ai nostri giorni. Il linguaggio fondamentale e la logica di Shankara si trovano anche oggi dietro la maggior parte degli insegnamenti advaita.

Ci sono molti testi propriamente advaita, dai commentari upanishadici di Shankara a opere più generali come lo Yoga Vasistha, l'Avadhuta Gita, l'Astavakra Samitha e il Tripura Rahasya che sono parte di una vasta produzione letteraria, non solo in sanscrito ma in tutti i dialetti indiani. Analogamente, vi sono stati molti grandi guru nella tradizione del Vedanta advaita nel corso dei secoli. La maggior parte dei grandi guru dell’India moderna sono stati advaitin come Vivekananda, Rama Tirtha, Shivananda, Candrasekharendra Sarasvati di Kanci, Ramana Maharsi e Anandamoyi Ma; e la maggior parte dei grandi guru, come Vivekananda, Yogananda, Satcitananda e Svami Rama, che dall’India hanno portato lo Yoga all’Occidente, hanno insegnato anche il Vedanta advaita, se si leggono a fondo i loro insegnamenti.

Comunque, una tendenza recente é stata quella di considerare a sé l'Advaita, come se si trattasse di un sentiero diverso o indipendente, evitando di riportarlo nella più ampia tradizione del Vedanta. Anche se il movimento neo-advaita si basa su advaitin moderni quali Ramana Maharsi o Nisargadatta, generalmente omette il termine Vedanta e tralascia gli insegnamenti di altri grandi vedantini moderni da Vivekananda a Dayananda, anche se le loro opere sono facilmente disponibili e del tutto appropriate per la pratica.

Questo “Advaita senza Vedanta” è particolarmente strano perché molte idee importanti presenti nel movimento neo-advaita, come quella di un sentiero universale di Autoconoscenza, riflettono il movimento neo-vedanta, molto diffuso all'inizio del ventesimo secolo, basato sugli insegnamenti di Ramakrishna e Vivekananda e riproposti in tutto il Vedanta moderno.

 

Neo-advaita e Ramana

Spesso gli insegnamenti di Ramana Maharshi sono il punto di partenza dei maestri neo-advaita, anche se nel movimento esistono altre inuenze. Comunque, invece di esaminare il sostrato e lo scopo ultimo degli insegnamenti di Ramana, spesso l’attenzione si focalizza su quegli insegnamenti che sembrano promettere una rapida realizzazione per tutti.

Alcuni neo-advaitin, addirittura, si riferiscono agli insegnamenti di Ramana come se questi fosse un ribelle o al di fuori di qualsiasi tradizione, come se fosse stato l’inventore dell'Advaita. Anche se Ramana basava i propri insegnamenti sulla sua diretta realizzazione, frequentemente faceva ricorso a citazioni tratte da testi advaita e ne raccomandava la lettura, trovando che tali testi presentavano lo stesso insegnamento che lui aveva tratto dalla propria esperienza. Ciò includeva non soltanto le opere di Shankara, il maggiore maestro dell'Advaita, ma anche altri testi come lo Yoga Vasistha, il Tripura Rahasya e il Bodha Dipika.

Ramana ha certamente ampliato il tradizionale sentiero advaita nelle sue forme indù monastiche medievali; ma anche in questo stava continuando una riforma iniziata da Vivekananda il quale aveva formulato un Vedanta pratico o Advaita pratico e lo aveva proposto a tutti i sinceri ricercatori e non solo ai monaci. Molti studenti si avvicinano a maestri neo-advaita proprio per l’inusso di Ramana, cercando un altro Ramana o di essere istruiti nel suo insegnamento, ma a parte l’immagine di Ramana utilizzata dall'istruttore ciò che trovano può essere qualcosa di diverso. Cosi, il fatto che qualcuno possa usare l’immagine di Ramana o citarlo non garantisce che l’insegnamento che si riceve sia realmente lo stesso.

 

Le qualificazioni sono necessarie per l'Advaita?

Una delle principali aree di divergenza di opinione riguarda chi può praticare l’Advaita e fino a che grado. Quali sono le qualicazioni per l'autoindagine (vicara)? Alcuni credono che l’Advaita non richieda qualificazioni, ma possa essere intrapreso da chiunque, in qualsiasi circostanza, indipendentemente dalla propria formazione o stile di vita. Dopotutto l’Advaita ci insegna che occorre stabilirsi nella nostra vera natura, che e sempre presente per tutti. Perché mai dovrebbe basarsi su qualche supporto esterno o su dei requisiti? Questa é un’idea particolarmente attraente in un’età democratica, dove si pensa che tutti siano uguali.

Nella maggior parte del movimento neo-advaita, l’idea dei requisiti da parte dello studente o del maestro non viene considerata. Parlando a un pubblico generico in Occidente, alcuni maestri danno l’impressione che si possa praticare l'Advaita insieme a uno stile di vita consumistico e con qualche lieve modifica del proprio comportamento personale. Questo é parte della tendenza dei moderni insegnamenti yogici in Occidente che evitano qualsiasi riferimento all'ascetismo o ai tapas come parte del praticare, idee che non sono popolari in questa età materialistica.

Comunque, se leggiamo i testi advaita tradizionali ne traiamo un’impressione del tutto diversa; la questione dell’attitudine o adhikara dello studente è un argomento importante che viene trattato all’inizio dell’insegnamento. Le qualificazioni richieste sono rigorose e scoraggianti, se non addirittura demoralizzanti. Si dovrebbe prima di tutto rinunciare al mondo, praticare il brahmacarya, e acquisire buona conoscenza di altri yoga quali il Karmayoga, il Bhaktiyoga e cosi via (la sadhana-catustaya). Per un’istruzione dettagliata si possono esaminare testi quali il Vedantasara[1]. Anche se probabilmente nessuno ha mai avuto tutte queste qualificazioni prima di iniziare la pratica dell'autoindagine, esse incoraggiano almeno l’umiltà, non solo da parte dello studente, ma anche da parte dell’istruttore: anche lui può non avere tutte le qualificazioni!

Ramana espone in modo semplice, pur tuttavia chiaro, le qualificazioni per l'Advaita: una mente matura, che è l’essenza del tutto, e suggerisce di praticare l’insegnamento evitando di sopravvalutare il proprio grado di preparazione. Ma conseguire una mente matura non e cosi semplice come potrebbe sembrare a prima vista.

Ramana definisce la mente matura quale profondo distacco e acuta discriminazione, ma soprattutto possente aspirazione alla liberazione dal corpo e dal ciclo delle rinascite, non un puro interesse mentale ma una convinzione incrollabile che vada alla radice dei propri pensieri e sentimenti.

Una mente matura, pura o sattvica implica che rajas e tamas, qualità della passione e dell’ignoranza, siano state allontanate non solo dalla mente ma anche dal corpo a cui la mente, secondo il pensiero vedico, è connessa. Una simile mente, pura o matura, era rara perno nell’India classica; nel mondo moderno, il cui stile di vita e cultura sono dominati da rajas e tamas, è davvero del tutto insolita.

Per conseguirla è necessario uno stile di vita nel rispetto del dharma, simile alle ingiunzioni di yama e niyama dello Yoga Sutra quali requisiti della pratica yoga; al riguardo Ramana enfatizza particolarmente una dieta vegetariana sattvica quale notevole aiuto per la pratica.

Il problema è che molti prendono l’idea di una mente matura prospettata da Ramana in modo superficiale. Da nessuna parte viene affermato che ognuno può accostarsi o praticare l'Advaita nel modo che preferisce. L'Advaita richiede notevole purezza interiore e autodisciplina il cui sviluppo è un importante aspetto che non deve essere messo da parte con leggerezza.

 

L'Advaita si oppone ad altre pratiche yoga?

Un’altra idea errata che è in relazione a quanto detto consiste nel credere che l'Advaita sia contrario ad altre pratiche spirituali o yogiche quali mantra, pranayama, puja e bhakti, che queste ultime siano considerate di scarso valore e servano soltanto a condizionare ancor di più la mente. Anche alcuni testi advaita tradizionali parlano di mettere da parte tutte le altre pratiche yoga in quanto inutili. Molti neo-advaitin mettono in risalto tali insegnamenti avanzati e possono dire anche a studenti principianti di rinunciare a tutte le altre pratiche scoraggiandoli dal ripetere mantra, pranayama o altre tecniche yoga; potremmo definire ciò “Advaita senza Yoga”.

L'Advaita tradizionale, che Ramana riproponeva, afferma che l’aspirante realmente maturo e pronto per dedicarsi totalmente al sentiero dell’autoanalisi può abbandonare le altre tecniche se avverte tale inclinazione; ma afferma anche che per conseguire una mente matura é bene sviluppare una buona padronanza di queste pratiche preliminari. La maggior parte delle persone può trarre beneficio da almeno alcune di queste tecniche di supporto anche se il punto focale di attenzione rimane l’autoindagine. A tale riguardo é interessante consultare la Ramana Gita.

Se studiamo l'Advaita tradizionale, scopriamo che le tecniche yoga venivano considerate lo strumento principale per sviluppare una mente matura, necessaria per seguire davvero l’Advaita; molti grandi advaitin hanno insegnato anche lo Yoga. Anche Shankara ha insegnato lo Yoga tantrico come ad esempio nel Saundarya Lahari e ha dedicato grandi inni devozionali a tutte le principali Divinità indù. La tradizione Yoga-Vedanta che si è servita prima dello Yoga per favorire una mente matura o sattvica e quindi dell’Advaita per la realizzazione suprema ha rappresentato l’approccio dominante del Vedanta non solo nelle opere di guru più antichi come Shankaracarya e Vidyaranya, ma anche di guru moderni come Vivekananda, Shivananda e Yogananda.

Ramana, anche se ha posto l’accento sull'autoindagine, non ha mai rifiutato il valore di altre tecniche yoga; abitualmente lodava tecniche quali ad esempio cantare il nome della Divinità, l'Om e fare il pranayama. Quando era in vita, all'Ashram venivano intonati regolarmente canti vedici e si facevano delle puja, cosa che si continua a fare tuttora.

La visione tradizionale advaita, secondo cui vi sono diversi livelli di pratica, non deve essere presa per un approccio che rifiuta tutte le tecniche come inutili. A tal riguardo possiamo mettere a confronto l’Advaita tradizionale, che Ramana seguiva, e gli insegnamenti di J. Krishnamurti che spesso sono la fonte del rifiuto di tecniche di supporto da parte del movimento neo-advaita.

Gli aspiranti advaita potrebbero non sentirsi attratti da tutte queste tecniche yoga, ma non per questo dovrebbero considerarle prive di valore o scoraggiare altri dal praticarle. Finché la mente non sarà del tutto matura o sattvica, tali pratiche hanno il loro valore, anche se dovremmo usarle come mezzi per l'autoindagine e non certamente ad esclusione di quest’ultima.

L'Advaita senza lo Yoga, come l'Advaita senza il Vedanta spesso lascia lo studente senza i mezzi appropriati a cui ricorrere come supporto nel corso di un sentiero lungo e difficile.

 

Il guru advaita

Naturalmente le contraffazioni più evidenti riguardano il guru advaita. Poiché l'Advaita si basa meno di altre tradizioni su segni esterni, quasi tutti possono sostenere di essere un guru advaita, specialmente quando l’Advaita è stato separato da qualsiasi altra tradizione sia vedanta che yoga. In gran parte del movimento neo-advaita ci si affretta a diventare guru e concedere satsang anche prima di aver approfondito lo studio e la pratica. Anche se uno studente-discepolo principiante può naturalmente insegnare gli elementi fondamentali dell’Advaita a beneficio di altri, autoproclamarsi in tutta fretta guru realizzato pone molti quesiti e problemi. Si può avere un’esperienza del Sé, anche se la piena realizzazione può essere ancora molto lontana; la Realizzazione completa non é né facile né comune, in nessuna circostanza.

L’Advaita mette certamente nel giusto rilievo il vantaggio dell’istruzione da parte di un guru vivente realizzato. Per questa ragione molti pensano che senza un guru essi non possono praticare l’autoindagine, ma neppure ciò e vero. Se si ha l’accesso a un insegnamento genuino, come quello di Ramana, e lo si segue con umiltà e autodisciplina, si può progredire lungo il sentiero e ciò porterà a incontrare altri maestri e insegnamenti secondo il proprio stadio. D’altro lato, nella ricerca di un guru vivente realizzato, gli aspiranti possono essere fuorviati da coloro che sostengono di essere realizzati anche se non lo sono.

Un’altra idea erronea è che la realizzazione advaita può essere conseguita solo per trasmissione diretta da un maestro vivente, come se l’autorealizzazione dipendesse dalla vicinanza fisica di un Realizzato. La pratica potrebbe ridursi a ciondolare intorno al cosiddetto guru aspettando un suo sguardo! La presenza di un sadhaka genuino aiuta certamente la propria pratica, ma la vicinanza fisica a dei guru non è un sostituto per la propria pratica interiore; ed essere vicino a coloro che non sono affatto realizzati potrebbe non portare beneficio alcuno, anzi.

Se la realizzazione fosse facile come trovarsi fisicamente vicino a un maestro, allora la maggior parte delle migliaia di persone che hanno visitato Ramana avrebbero dovuto essere già realizzate. Se l’insegnamento dovesse venire impartito soltanto da un guru vivente, allora non sarebbe più necessario conservarne gli insegnamenti dopo la sua morte in quanto essi non sarebbero più pertinenti. Cosi, la realizzazione del guru e la profondità del suo insegnamento sono più importanti del fatto che egli sia o meno in un corpo fisico. Un grande guru lascia insegnamenti per molte generazioni a venire e il suo inusso non è limitato alla durata del corpo fisico. Un guru “minore”, d’altro canto, non è dotato di un grande inusso trasformante anche se trascorriamo con lui un’intera vita.

Inoltre, non è sempre facile trovare dei veri guru advaita, né si rendono sempre visibili al mondo esterno. Come Ramana, molti grandi guru sono quieti, silenziosi e ritirati; li incontriamo per l’affinità karmica che deriva dalla nostra stessa pratica, e non per una ricerca esteriore o seguendo da vicino personalità del momento.

 

Quale Sé viene esaminato?

L'autoindagine è un esame concernente la nostra vera natura, che è consapevolezza pura oltre il corpo e la mente. Questo è un processo molto diverso dall'analisi psicologica che è un’indagine svolta sulla nostra individualità personale, storica e basata sull'io. Il nostro vero Sé è l’Essere universale, una coscienza-consapevolezza presente non solo negli esseri umani ma anche negli animali, nelle piante, nella Terra stessa su cui viviamo, nell'atmosfera, nelle stelle e nei piani di esistenza oltre il fisico.

Un altro errore dell'Advaita moderno consiste nel trasformare l'autoindagine in un esame del sé personale, le nostre paure e i nostri desideri, e nel cercare di farci sentire meglio a tale riguardo. In particolare il neo-advaita si mescola alla psicologia occidentale e può trovarsi preso nell'esame della mente invece di andare oltre la mente. L'Advaita non riguarda la felicità psicologica, ma la soluzione della nostra psicologia.

 

Trovare il proprio sentiero

Il sentiero spirituale è diverso per ogni persona; un vero maestro insegna a ogni discepolo in modo diverso, a seconda della sua peculiare natura. Non insegnerà necessariamente a tutti l'Advaita, sempre o allo stesso modo. Se guardiamo i grandi guru, vediamo che i loro discepoli non ne sono semplici imitazioni, ma ognuno conserva la propria personalità; basti pensare ai principali discepoli di Ramana, Muruganar e Ganapati Muni.

L’Occidente ha una tendenza a standardizzare, a creare stereotipi, alla produzione di massa e perfino a dare l’insegnamento in esclusiva. Il movimento neo-advaita, come il movimento occidentale yoga, è colpito anche da tale costrizione e spesso dà gli stessi insegnamenti in massa. Il vero Advaita non è un insegnamento che può essere dato uniformemente a persone di ogni temperamento. Spesso il modo migliore per seguirlo è la solitudine, il silenzio, il ritiro.

Il Vedanta advaita è destinato a restare quale inusso determinante non solo per la sadhana individuale ma anche per il pensiero del mondo; esso è molto profondo e presenta molte sottigliezze che richiedono grande concentrazione e dedizione per essere comprese.


[1]Cfr. Sadananda, Vedantasara. Edizioni  Ashram Vidya, Roma.

 

di David Frawley

* Estratto da The Mountain Path -  Luglio 2004.

Periodico Vidya 2005