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Mantra estratti dal Yajurveda (Taittirīya-Aranyaka, X.10, 21-24; Mahānārāyana-Upanishad, 227-234), abitualmente recitati al termine di ogni recitazione dei Veda. Questi mantra sono recitati ogni giorno all’ashram di Srī Rāmana Maharshi. (Da Talks in francese, nota n. 33)


na karmanā na prajayā dhanena tyāgenaike amritatvam ànashuh /
parena nākam nihitam guhāyām vibhrājate yad yatayo vishanti /
vedānta-vijñāna-sunishcitārthāh samnyāsayogād yatayah shuddha-sattvāh /
te brahmaloke tu parāntakāle parāmritāt parimucyanti sarve /
dahram vipāpam varaveshmabhūtam yat pundarīkam puramadhya-samstham /
tatrāpi dahram gaganam vishokam tasmin yad antas tad upāsitavyam /
yo vedādau svarah prokto vedānte ca pratishthitah /
tasya parkritilīnasya yah parah sa maheshvarah /

L'immortalità non si ottiene con le azioni né generando figli né con la ricchezza. Alcuni ottengono quello stato con la rinuncia.
I saggi (che hanno conquistato i sensi) ottengono quel Sat che è più eccelso dei cieli e che splende da solo nel Cuore.
Gli adepti che attraverso la rinuncia e la concentrazione sono diventati puri di cuore e hanno realizzato la certezza della Verità con la conoscenza speciale proclamata dal Vedanta, al momento della dissoluzione del corpo vengono pienamente liberati dalla maya causale e accedono al Brahmaloka.
E' degno d'adorazione solo ciò che splende nel loto del cuore: il microscopico Akasha privo di dolore, la minuscola sede del Supremo Immacolato nel centro (interiore) del corpo.
Solo Lui è il Signore Supremo, oltre la Parola Primordiale che è il principio e la fine del Veda e in cui si fonde la Causa creativa.


9 settembre, 1938

Il Maggiore Chadwick tradusse “Na karmana na prajaya...” in inglese. Sri Bhagavan ne spiegò il significato:

Brahmaloka può essere interpretato soggettivamente e oggettivamente. Il secondo significato richiede fede negli shastra che descrivono tali loka; il primo significato si basa sulla pura esperienza e non richiede alcuna autorità esterna. Brahmaloka significherebbe Brahma jnana (conoscenza di Brahman) o conoscenza del Sé (Atma Sakshatkara).
Parantakala è opposto a aparantakala. In quest'ultimo i jiva passano nell'oblio per rinascere di nuovo. Il loro oblio è avvolto nell'ignoranza (avidya). Para è oltre il corpo. Parantakala è la trascendenza oltre il corpo, vale a dire jnana (conoscenza).
Paramritat prakriteh = oltre Prakriti.
Sarve significa che tutti sono qualificati alla conoscenza e alla liberazione.
yatayah = yama niyama sametah sat purushah = uomini ben disciplinati.

L'intero passo sottintende il passaggio nella realtà oltre l'irreale.

T. K. S. Iyer pose poi una domanda sul muktaloka (la sfera delle anime liberate). Sri Bhagavan disse che il suo significato era simile a quello del Brahmaloka.

D.- Chiedo se per conseguire tale loka sia necessario un sukshma tanu (corpo sottile), quali il pranava tanu o il suddha tanu (tanu = corpo, suddha = puro).

M.- Pranava significa japa reale. S'intende costituito di A, U, M, Nada e Bindu. Di questi i primi tre sono spiegati come Visva, Taijasa, Prajna e Virat, Hiranyagarbha, Isvara. Nada e Bindu corrispondono a prana e manas (mente). La Mandukya Upanishad parla di tre matra e di turiya matra. Il significato finale è che rappresentano lo stato reale.
[...]


16 settembre, 1938

Il Maggiore Chadwick diede di nuovo a Sri Bhagavan la sua traduzione in versi del mantra perché la leggesse.

Sri Bhagavan parlò dolcemente dell'interpretazione del Bhashyakara e lo spiegò ulteriormente. E' ammissibile considerare il Brahmaloka una sfera: questo è ciò che dicono i pouranik e molte altre scuole lo sottintendono spiegando la kramamukti (liberazione per gradi). Le Upanishad, però, parlano di sadyomukti (liberazione immediata): Na tasya prana utkramanti; ihaiva praleeyante – i prana non si levano; si perdono qui. Il Brahmaloka sarà dunque la realizzazione di Brahman (Brahmasakshatkara). Si tratta di uno stato, non di una sfera. In quest'ultimo caso, bisogna comprendere propriamente il significato di paramritat: è para in quanto avyakrita è l'Energia causale che trascende l'universo, amrita perché continua finché il Sé non è realizzato. Paramritat significherebbe quindi avyakrita.

La scuola della liberazione per gradi (kramamukti) dice che l'upasaka va nella sfera del suo Ishta Devata, che per lui è il Brahmaloka. Le anime che vanno negli altri loka tornano a rinascere qui, ma quelle che ottengono il Brahmaloka non ritornano. Quelle che desiderano un loka particolare possono conseguirlo seguendo dei metodi appropriati; mentre il Brahmaloka non si può ottenere finché nella persona rimangono dei desideri. Soltanto lo stato privo di desideri gli permetterà di accedere al loka. Assenza di desideri significa mancanza di stimoli per la rinascita.

L'età di Brahma è praticamente incommensurabile. Si dice che la divinità che presiede un loka abbia un determinato periodo di vita. Quando muore, si dissolve anche il suo loka e coloro che vi dimorano vengono nello stesso tempo emancipati, a prescindere dalla diversa natura della coscienza individuale che avevano prima della realizzazione del Sé.

La scuola della kramamukti si oppone all'idea della sadyomukti (liberazione immediata) perché quest'ultima suppone che il jnani perda la coscienza del corpo nel momento in cui viene scacciata l'ignoranza, anche se continua a vivere nel corpo. I sostenitori della kramamukti si chiedono: “Come fa il corpo a funzionare senza la mente?”. La risposta è un po' elaborata.

La conoscenza (jnana) non è incompatibile con l'ignoranza (ajnana) perché nel sonno il Sé si ritrova insieme al seme dell'ignoranza (ajnana bija). L'incompatibilità si presenta solo negli stati di veglia e di sogno. Ajnana ha due aspetti: avarana (velante) e vikshepa (molteplicità). Avarana indica il velo che nasconde la Verità, e prevale nel sonno. Vikshepa è l'attività in momenti differenti; dà vita alla diversità e prevale negli stati di veglia e di sogno (jagrat e svapna).

Quando si solleva il velo (avarana) si percepisce la Verità. Per il jnani il velo è sollevato e dunque il suo karana sarira (corpo causale) cessa d'esistere. Per lui continua soltanto il vikshepa, che però non è uguale a quello di un ajnani. L'ajnani possiede tutti i tipi di vasana, cioè kartrtva (essere l'autore delle azioni) e bhoktrtva (godere delle azioni), mentre il jnani ha cessato di essere un agente (karta). Per lui vi è solo un tipo di vasana, che tra l'altro è molto debole e non riesce a sopraffarlo, perché egli è sempre consapevole della natura di Sat-Chit-Ananda del Sé. La sola traccia della mente che rimane nel jnani è la sottile bhoktrtva vasana, e per questo sembra che egli viva nel corpo.

Quando viene applicata al mantra, questa spiegazione significa che il jnani ha distrutto il suo karana sarira. Il corpo grossolano (sthula sarira) non genera conseguenze in lui e ai fini pratici è come se fosse stato distrutto. Rimane soltanto il corpo sottile (sukshma sarira), chiamato anche ativahika sarira. E' quello che mantengono le persone dopo aver abbandonato il corpo fisico, e con il quale vanno in altri loka fino a quando non assumono un altro corpo fisico appropriato. Si suppone che il jnani vada nel Brahmaloka con il sukshma sarira; infine anche questo si dissolve ed egli ottiene la liberazione finale.

Tutta questa spiegazione è rivolta solo agli spettatori. Il jnani non porrà mai queste domande. Egli sa per esperienza di non essere legato da alcuna limitazione.

D.- Cos'è l' 'emancipazione finale' secondo questa spiegazione?

M.- L'ativahika o il sukshma sarira corrisponde alla luce pura di cui si fa esperienza subito dopo il sonno e prima che sorga l'ego. E' la Coscienza Cosmica; è solo la luce riflessa dal Cuore. Quando il riflesso cessa e rimane solo la Luce Originaria nel Cuore si ha l'emancipazione finale.

D.- Lo Yoga Vasishtha afferma che la mente (chitta) di un jivanmukta è achala (immutabile).

M.- E' così. Achala chitta (mente immutabile) equivale a suddha manas (mente pura). Si dice che la mente del jnani sia suddha manas. Lo Yoga Vasishtha afferma anche che Brahman non è altro che la mente del jnani; dunque Brahman è soltanto suddha manas.

D.- La descrizione di Brahman come Sat-Chit-Ananda si addice al suddha manas? Nell'emancipazione finale anche la mente pura sarà distrutta.

M.- Se si ammette suddha manas, si deve anche ammettere che la beatitudine (ananda) sperimentata dal jnani debba essere riflessa. Questo riflesso deve alla fine fondersi nell'Originale; perciò lo stato di jivanmukti è paragonato al riflesso di uno specchio immacolato in un altro specchio simile. Cosa si troverà in questo riflesso? Puro akasha (etere). Allo stesso modo, la beatitudine (ananda) riflessa del jnani non è altro che la vera beatitudine.

Tutte queste sono soltanto parole. E' sufficiente che una persona diventi antarmukhi (si rivolga all'interno). Gli shastra non sono necessari a una mente rivolta all'interno; sono intesi solo per gli altri.


Tratto da: “Discorsi con Sri Ramana Maharshi”, vol. II, pp. 187-192, Talks 511 e 513. Edizioni Vidyananda.

A cura di Yati, tratto dal Forum Pitagorico.