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Una comunicazione speciale al di là delle scritture; nessuna dipendenza da parole o lettere; puntare direttamente al cuore dell’uomo; scrutare nella propria natura e ottenere la Liberazione.

Queste sono le riflessioni di un viaggiatore sulla Via della Montagna.

La dottrina senza parole del Maharshi è diversa dagli insegnamenti soliti. Non ci sono credi da elaborare, perciò non c’è bisogno di prediche. Non c’è niente da teorizzare per la mente o da filosofeggiare. Ciò che è necessario è la comprensione immediata e intuitiva che parte dal cuore. "Si dice che l’intricato labirinto della filosofia delle varie scuole chiarisca gli argomenti e sveli la Verità, ma di fatto crea confusione laddove non è necessario. Per capire qualsiasi cosa ci deve essere il Sé. Il Sé è ovvio. Quindi, perché non limitarsi al Sé? Che bisogno c’è di spiegare il non-Sé?" (1)

Ciò che deve fare il ricercatore è piuttosto disimparare e lasciar andare le sue idee preconcette sul Sé. Infatti, è noto che il Maharshi afferma che, alla fine, bisogna abbandonare e disimparare anche le scritture. "Tutte le scritture senza eccezioni proclamano che, per ottenere la salvezza, la mente deve essere sottomessa. E quando si sa che il loro scopo finale è il controllo della mente, è inutile intraprendere il loro interminabile studio. Ciò che si richiede per tale controllo è la reale introspezione con la domanda: 'Chi sono?' Come è possibile porre questa domanda per la ricerca del Sé utilizzando lo studio delle scritture?" (2)

Questo ricorda un detto di Chuang Tsu che, se uno si libera della piccola saggezza, otterrà una grande saggezza.

Non ci sono precetti di speciale austerità, ma allo stesso tempo, non è accettata l’indulgenza. La domanda è sempre la stessa: chi è che ricerca tutto questo. Facendo nuovamente riferimento a un saggio taoista, è come la storia, raccontata da Lee Tsu, di un addestratore di animali che domava le tigri (vasana) trattandole in maniera impersonale, senza gratificare i loro desideri né provocando la loro rabbia.

Il pensiero è inadatto come mezzo per raggiungere la sadhana. Non è la vera natura dell’uomo. Crea gli errori e, ciò che è peggio, crea il padre di questi, una falsa entità, l’ego o essere individuale. "La concentrazione non è pensare a una cosa, al contrario è escludere tutti i pensieri, poiché tutti i pensieri ostruiscono il senso del vero essere. Tutti gli sforzi vanno diretti semplicemente alla rimozione del velo dell’ignoranza." (3)

Maharshi dice che il Sé non è nei libri: se ci fosse, chiunque potrebbe diventare un Saggio con lo studio. Non lo si trova neanche negli eremi, e non serve vivere in solitudine. "Perché pensi al fatto che sei un capofamiglia? Il pensiero stesso che sei un sannyasin ti tormenterà anche se decidi di andare avanti. Sia che continui a vivere in famiglia o rinunci ad essa e vai a vivere nella foresta, la tua mente ti tormenterà. L’ego è la fonte del pensiero, crea il corpo e il mondo e ti fa pensare di essere un capofamiglia. Se rinunci, sostituirà il pensiero della rinuncia a quello della famiglia, e l’ambiente della foresta a quello della famiglia. Ma gli ostacoli mentali sono sempre lì per te, anzi aumentano enormemente nel nuovo ambiente. Il cambio del contesto non è di alcun aiuto. L’unico ostacolo è la mente e deve essere vinto in entrambi i casi, a casa o nella foresta. Se puoi farlo nella foresta, perché non a casa? Perché cambiare ambiente? I tuoi sforzi li puoi fare anche ora, qualunque sia l’ambiente." (4)

Il Sé non è neanche qualcosa da ottenere in qualche data futura. "Nessuno è mai lontano dal suo Sé, e perciò tutti hanno di fatto realizzato il proprio Sé: ma - e questo è il grande mistero – la gente non lo sa e vuole realizzare il Sé. La realizzazione consiste solo nel liberarsi della falsa idea che non si è realizzati. Non c’è niente di nuovo da acquisire. Deve già esistere o non sarebbe eterno, e vale la pena di lottare solo per ciò che è eterno." (5)

Tutte le dottrine sono fatte dall’ego e per l’ego. L’ego prospera su di esse. Ma sul sentiero del Maharshi l’esistenza dell’ego è negata fin dall’inizio, sia quello dell’insegnante che quello del discepolo. "Non c’è nessun ego. Se ci fosse, si dovrebbe ammettere l’esistenza di due sé. Perciò non c’è ignoranza. Se esplori il Sé, scopri che l’ignoranza, che non ha vita autonoma, non esiste e dirai che è sparita." (6)
C’è qualcosa nel corpo umano che può chiamarsi 'Io' ? Ci sono processi mentali e vitali, ma la ricerca rivela che non c’è una persona che si può designare come 'io'(7). Il processo negativo consiste nell’eliminare intellettualmente il non-io così da capire che chi elimina tutto non può comunque eliminare sé stesso. Questa ricerca intellettuale è utile nella ricerca del Sé, ma non è la ricerca in sé.

Visitatore: "Comincio col chiedermi 'Chi sono?' ed elimino il corpo come non-io, il respiro come non-io, la mente come non-io, ma poi sono incapace di andare oltre."
Bhagavan: "Bene, questo funziona solo per la mente. Il tuo processo è solo mentale ... La Verità non può essere indicata direttamente; perciò si usa questo processo mentale. Vedi, chi elimina tutto il non-io non può eliminare l’'Io'. Per dire 'Non sono questo' o 'Sono questo' ci deve essere l’'io' a dirlo. Questo 'io' è solamente l’ego o 'io-pensiero'. Dopo il manifestarsi di questo 'io-pensiero' nascono tutti gli altri pensieri. L’'io-pensiero' è perciò il pensiero radice. Se la radice viene estirpata, anche il resto viene sradicato. Perciò cerca la radice 'io'; domandati: 'Chi sono?' trova l’origine dell’'Io'. Allora tutti questi problemi svaniranno e resterà solo il puro Sé." (8)

Perché il Maharshi era così contro il pensiero? Perché non era soddisfatto della ricerca mentale? Perché non si può vedere al di là di questa. E’ creata dall’ego e perciò non può penetrare il Sé sottostante l’ego. Ma la rinuncia al pensiero non porterà al puro vuoto? Può succedere, è ciò che accade nel sonno profondo. Ma può anche dare origine al risveglio nel puro Sat-Chit-Ananda, Essere-Consapevolezza-Gioia. E’ ciò che è definita Realizzazione. "L’assenza di pensiero non significa vuoto. Ci deve essere qualcuno per essere consapevoli del vuoto. La conoscenza e l’ignoranza sono pertinenti solo alla mente e sono in dualità, ma il Sé è aldilà di entrambi. E’ pura Luce. Non c’è necessità per un Sé di vederne un altro. Non ci sono due Sé. Ciò che non è Sé è solamente non-Sé e non può vedere il Sé. Il Sé non ha vista o udito: è aldilà di essi, solo, pura Consapevolezza." (9)

Dunque, chi ha realizzato il Sé resta assorbito nella Consapevolezza pura, informe, dimentico del mondo esterno? E’ possibile; è lo stato di trance noto come nirvikalpa samadhi. Ma non accade necessariamente. La totale e completa Realizzazione implica anche il ritorno alla consapevolezza formale, con la piena percezione del mondo esterno, non come realtà autonoma, ma come manifestazione del Sé. La mente e i sensi sono ancora in grado di conoscere; se qualcuno dice che la mente è morta, ciò significa solo che non crede più di immaginare, creare o originare, come faceva prima. Questo è lo stato nel quale era il Maharshi. E’ noto come sahaja samadhi.

Per quelli che non hanno realizzato il Sé, e anche per quelli che ci sono riusciti, la parola 'io' è riferita al corpo, ma con la differenza che, per quelli che non hanno realizzato il Sé, l’'io' è confinato al corpo, mentre, per quelli che hanno realizzato il Sé dentro il corpo, l’'Io' brilla come il Sé illimitato.
"Per quelli che non hanno realizzato il Sé e anche per quelli che lo hanno realizzato, il mondo è reale. Ma per quelli che non lo hanno realizzato, la Verità viene adattata alla misura del mondo, mentre, per quelli che lo hanno realizzato, la Verità risplende come la Perfezione senza forma e come il Sostrato del mondo. Queste sono le differenze tra di loro." (10)

Perché Maharshi insiste tanto contro l’ego? Perché l’ego è l’usurpatore che afferma di essere il Sé, la maschera che nasconde la Realtà. La sua eliminazione è l’unica via di realizzazione del vero Sé sottostante. Il ricercatore non ha alternative. Non ci può essere il pulcino finché non si rompe il guscio. Il vero Sé non può essere realizzato finché non si rinuncia al falso. Perciò il Maharshi dice: poiché ciò è necessario, perchè non iniziare subito? poiché bisogna rimanere come Sé, perché non farlo dall’inizio? altri percorsi ti faranno girovagare e infine dovrai fronteggiare l’alternativa tra Sé e pseudo-Sé, perché non andare direttamente e fronteggiarla subito?
"Questo è il metodo diretto. Tutti gli altri metodi vengono praticati conservando l’ego, perciò sorgono molti dubbi e alla fine resta ancora da affrontare la domanda fondamentale. Ma con questo metodo la domanda finale è solo una e nasce fin dall’inizio ... poiché tutti i cammini tranne la ricerca del Sé presuppongono la conservazione della mente come strumento per seguirli, e non possono essere seguiti senza la mente. L’ego può prendere forme differenti e più sottili ai diversi stadi della pratica ma non è mai distrutto. Il tentativo di distruggere l’ego o la mente con metodi diversi dalla ricerca del Sé è come un ladro che diventa poliziotto per catturare il ladro, che è proprio lui. Solo la ricerca può rivelare la verità che né l’ego né la mente esistono realmente, e può abilitare a realizzare l’Essere puro, indifferenziato, del Sé o l’Assoluto" (11).

Molti esitano e trovano questo metodo troppo difficile, perché, fra tutte le rinunce, questa sembra la più severa, rinunciare non solo al piacere, ma anche all’entità che desidera e prova piacere. Ma è un’idea sbagliata. Se fosse vero, un uomo che ha realizzato il Sé, come Maharshi, sarebbe il più miserabile degli uomini, mentre, di fatto, è il più felice, una felicità pura e continua, indipendente dalle circostanze esterne. Ciò accade perché, rinunciando all’ego, non si rinuncia a nient’altro che a un concetto sbagliato dell’'Io', un errore la cui rimozione rivela la Verità eterna e la felicità pura che è la vera natura dell’uomo. "L’individualità che identifica la sua esistenza con quella della vita del corpo fisico come 'Io' si chiama ‘ego’. Il Sé, che è pura Consapevolezza, non ha senso dell’ego. Né il corpo fisico, che in sé è inerte, ha il suo senso dell’ego. Tra i due, cioè tra il Sé o Pura Consapevolezza e il corpo fisico inerte, sorge misteriosamente il senso dell’ego o 'nozione dell’Io', l’ibrido che non è nessuno dei due, e che fiorisce come entità individuale. L’ego, o essere individuale, è alla radice di tutto ciò che è futile e indesiderabile nella vita, perciò deve essere distrutto con tutti i mezzi possibili. Allora resterà risplendente solamente Ciò che sempre è. Questa è la Liberazione o Illuminazione o Realizzazione del Sé" (12).

Bisogna rimuovere l’errata convinzione che Maharshi prescriva la ricerca del 'Chi sono?' fin dall’inizio. Non aveva metodi classificati, né classificava i suoi discepoli per anzianità. Il progresso era uno stato interno che solo lui percepiva. Si presume che l’aspirante capisca che non conosce il suo Sé, e lo esamini per scoprire cosa sia in realtà.
Deve comprendere: "Sono posseduto da una forte visione dell’'Io'. Sono schiavo di uno pseudo-io. Non dovrei prenderlo per il reale 'Io' o dargli quel nome. Questa tragedia del pensiero errato mi ha portato la malattia di un 'Io' sbagliato. Maharshi ha prescritto la medicina giusta per curarmi. Sono sotto l’incantesimo dell’ego che mi ha ipnotizzato e reso schiavo. Io stesso gli ho dato il potere di farlo concedendogli il mio senso dell’’Io’ senza pensarci. Facendo così lo aiuto a derubarmi del mio vero Sé."
Infatti, Maharshi spesso cita la storia del Re Janaka che, nell’ottenere la Realizzazione, esclamava: "Ora ho acciuffato il ladro che mi ha derubato per tutti questi anni!"

Perché dunque colloco al posto sbagliato il mio senso dell’Io? Perché prendo per vere le percezioni dei sensi. Devo imparare a riconoscere il vero 'Io' che è sottostante alla mente e ai sensi e all’intero mondo materiale. La mente e i sensi vengono usati per conoscere gli oggetti, ma questa facoltà non è utile per conoscere il Sé, nel quale non c’è traccia di materialità. Non si può avere visione del Sé o conoscere il Sé in maniera reciproca, perché ciò implicherebbe due Sé in sé stessi, uno che conosce l’altro. "Parli di una visione di Shiva, ma una visione presume sempre un oggetto. Ciò implica l’esistenza di un soggetto. Il valore di una visione è lo stesso del vedente, cioè, la natura della visione è sullo stesso piano di quello del vedente" (13).
"
La visione di Dio è solo la visione del Sé oggettivato come il Dio della tua fede particolare. Ciò che devi fare è conoscere il Sé." (14)
E conoscere il Sé è solo conoscere, essere consapevoli, essere.

Devoto: "Quando cerco l’'Io', non vedo niente."
Bhagavan: "Lo dici perché sei abituato a identificare te stesso con il corpo e la vista con gli occhi, ma cosa c’è da vedere? E da parte di chi? E come? C’è solo una consapevolezza e questa, quando si identifica con il corpo, si proietta attraverso gli occhi e vede gli oggetti che la circondano. L’individuo è limitato allo stato di veglia: si aspetta di vedere qualcosa di differente e accetta l’autorità dei sensi. Non ammetterà che chi vede, gli oggetti visti e l’atto di vedere sono tutti manifestazioni della stessa Consapevolezza, l’'Io-Io'. La ricerca del Sé aiuta a vincere l’illusione che il Sé è qualcosa da vedere. Come riconoscere il Sé allora? Bisogna porsi di fronte a uno specchio per riconoscere il Sé? La consapevolezza è di per sé l’'Io'. Prendine coscienza e questa è la verità" (15).

Comunque l’ego si gonfia col vedere, udire, provare sentimenti e conoscere la materialità. Valuta queste funzioni e le considera appartenenti al Sé. Accecato da queste idee, non fa l’esperienza del vero 'Io'. L’attenzione deve perciò essere distolta dalle percezioni materiali a Quello verso il quale c’è non-conoscenza (16).
Se Quello venisse conosciuto ed esperito così com’è, verrebbe riconosciuto come il vero Sé, e allora il falso 'Io' scomparirebbe.
L’uomo esterno non è reale e dovrebbe essere reso passivo, un puro ricettore delle impressioni. La ricerca del Sé è utile nel realizzare ciò. Il viaggio verso l’interno avviene in territori ignoti ai sensi.

Finché si resta in vita bisognerebbe impegnarsi a raggiungere la propria fonte. Questo è l’unico scopo degno della vita, l’unica meta degna di essere cercata, l’unico uso della vita che può porre fine alla sofferenza e frustrazione e rivelare la pura Gioia, la Consapevolezza radiante, l’Essere imperturbato che si è in realtà. L’arma per fare ciò, sul sentiero di Maharshi, è la concentrazione sul 'senso dell’Io'. Questo non è come gli altri pensieri che vanno e vengono e possono essere abbandonati secondo la propria volontà. L’attenzione deve essere costantemente portata alla sensazione di pura consapevolezza, pura coscienza dell’'Io sono'.

Dapprima questo può essere fatto solo durante le sessioni concentrate di ricerca del Sé note comunemente come 'meditazione' ma in seguito la consapevolezza dell’'Io-sono' diventa una corrente sottostante tutte le proprie attività. Questo 'senso dell’Io’ è l’odore seguendo il quale si raggiunge il Sé, come un cane rintraccia il suo padrone.
"Sono forse peggio di un cane? Risolutamente Ti rintraccerò e Ti riprenderò, oh Arunachala" (17).

Il Maharshi dice che se uno cerca onestamente l’'Io', il falso 'io' svanisce, lasciando solo la verità scintillante in tutta la sua gloria originale. Il suo insegnamento è basato sulla sua esperienza, non sull’insegnamento o sul ragionamento, e niente di ciò che dice è per amore della discussione. Cosa può essere più commovente per il viaggiatore sulla Via della Montagna?

 

(1) (The Teachings of Ramana Maharshi in his own Words, p. 15, edizioni Rider's, p. 10, edizioni Sri Ramanasramam)
(2) (Ibid., p. 63/75)
(3) (Ibid., p. 127/160)
(4) (Ibid., p. 78/94.)
(5) (Ibid., p. 23/21)
(6) (Ibid., p. 25/23)
(7) [è lo stesso concetto della dottrina buddista dell’ 'anatta']
(8) (Ibid., p. 117/146-7)
(9) (Ibid., p. 25/23)
(10) (Forty Verses on Reality, vv. 17-18, da The Collected Works of Ramana Maharshi, Riders, London, e Sri Ramanasramam, Tiruvannamalai.)
(11) (Ibid., p. 112/139-40)
(12) (Ibid., p. 21/18)
(13) (Ibid., p. 167/213)
(14) (Ibid., p. 168/215)
(15) (Ibid., P. 24/22)
(16) [Quest’espressione richiama il titolo della guida mistica inglese per gli aspiranti del 14Åãsecolo, ‘The Cloud of Unknowing’]
(17) (Primo dei Five Hymns to Arunachala, verso 39. - The Collected Works of Ramana Maharshi, Riders, London and Sri Ramanasramam, Tiruvannamalai.)