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Quando Bhagavan era ancora in vita, Varanasi Subbalakshmi si rese utile nel servizio nella cucina dell’asramam. La divinità che aveva scelto era il Signore Viswanath di Benares. Tuttavia, mentre stava ritornando definitivamente a Benares fece un sogno nel quale il Signore Viswanath le diceva di ritornare ad Arunachala, poiché Bhagavan Ramana era l’incarnazione di Rama, Krishna, Siva e di tutti gli altri Dei. Così lei racconta: Persi mio marito all’età di sedici anni e quindi tornai nella casa di mia madre dove vissi come deve fare una vedova, cercando di pregare e di meditare su Dio. Anche per mia madre,  devota alla ricerca spirituale, la religione era l’aspetto principale della sua vita.

Un giorno andammo in pellegrinaggio a Kaveri Pushkaram e sulla via del ritorno ci fermammo ad Arunachala. Là ci fu detto che un giovane santo Brahmino aveva vissuto negli ultimi dieci anni sulla Montagna. La mattina seguente salimmo sulla montagna con altri compagni di viaggio. A Mulaipal Tirtha cucinammo il nostro cibo, mangiammo e ci riposammo poi procedemmo e trovammo il giovane Svami presso la caverna Virupaksha.

C’era una piattaforma di mattoni all’ingresso della cava, ed egli era seduto lì. Non appena lo vidi, fui subito convinta che il Dio Arunachala in persona era disceso in forma umana per salvare tutti coloro che lo avessero avvicinato.

Egli aveva circa trenta anni all’epoca, ed era meraviglioso a vedersi; era luminoso e risplendeva come oro lucido, i suoi occhi erano chiari e fiorenti di bellezza, come i petali del loto. Ci guardò a lungo. Il picco di Arunachala svettava sulle nostre teste, le alti torri del tempio erano sotto di noi e un immenso silenzio circondava lo Svami. Poi le donne iniziarono a sussurrare come rivolgere al giovane Svami le loro problematiche. Una voleva pregarlo affinchè sua nuora che era sterile potesse avere un figlio, un’altra diceva che lo Svami era troppo elevato per argomenti così mondani. Finalmente fu raccontato allo Svami il dolore della giovane moglie rimasta vedova. Egli sorrise e alzò le sue mani giunte al cielo come per dire: "Tutto accade per volontà dell’Onnipotente."

Tornammo a Nellore e il ricordo di quella visita svanì. A quel tempo, non sognavo nemmeno che avrei vissuto la mia vita ai piedi dello Svami. Quando compii trentun anni andai in pellegrinaggio a Rameshwaram, e durante il viaggio di ritorno mi fermai a Tiruvannamalai. Appresi che lo Svami viveva, ora, ai piedi della montagna. Quel pomeriggio andammo a fargli visita all’asramam. C’era una tettoia di paglia sul samadhi della Madre e accanto, una sala con copertura in tegole che serviva agli incontri con lo Svami. Egli sedeva su un sofà e una dozzina circa di devoti sedevano sul  pavimento. Anche noi ci sedemmo in silenzio per dieci minuti e poi tornammo in città.

In presenza di Bhagavan sperimentai l’esperienza del silenzio interiore e della stasi della mente, ma quando non ero con lui non riuscivo ad avere la tranquillità mentale, e passò un anno in cui cercai invano di liberarmi da ogni pensiero. Alcuni amici stavano andando a vedere l’asram di Sri Aurobindo a Pondicherry e mi portarono con loro. Dovevano fermarsi per una settimana. Non ne fui molto impressionata e mi recai di nuovo al Ramanasramam per una breve visita. Uno Shastri (Brahmino) che conoscevo mi apparve in sogno e mi chiese: "Che bisogno avevi di andare a Pondicherry? Affidati a Bhagavan Sri Ramana Maharshi. Egli è Dio in persona. Sicuramente ti guiderà alla salvezza."

Ma persino un sogno così chiaro non fu al momento abbastanza convincente. Avevo pianificato di andare a Benares e passare là la mia vita in santa austerità. Avevo in mente di andare da Bhagavan soltanto per chiedere consiglio su come meditare, e poi  partire definitivamente per Benares. Il mio amico Parvatamma decise di unirsi a me in questa avventura spirituale. Come d’accordo ci recammo a Tiruvannamalai e affittammo una casa. Nel pomeriggio prendemmo noci di acagiù e zucchero candito come offerta a Bhagavan e ci recammo all’asramam. Posammo i nostri su una stuoia davanti a Lui e ci sedemmo. La mucca Lakshmi giaceva a fianco del sofà in cui era seduto Bhagavan, ma nel mentre la mucca si alzò e iniziò a mangiare le nostre preziose offerte. Bhagavan guardò e non disse nulla. Il suo servitore, Madhava Svami, neppure guardò. Pensammo che intervenire sarebbe stato come commettere sacrilegio, ma io ero esasperata ed esclamai: "Per favore, allontana la mucca!" Madhava Svami replicò: "Perché? Credevo che aveste offerto questi dolci a Lakshmi!"


Cos’è l’ Atma?

Il giorno seguente a mezzogiorno ero ancora al Ramanasramam. Finito il suo pranzo, Bhagavan giaceva sul sofà e spiegava un verso della Bhagavad Gita a Sri Ramiah Yogi. Poiché nella sala non v’era nessun altro, presi coraggio e chiesi: "Cos’è l’ Atma? E’ l’etere dello spazio senza limiti o la consapevolezza che conosce ogni cosa?"

Bhagavan rispose: "Restare senza pensare 'questo' e 'quello' è Atma". Mi guardò ed io sentii che la mia mente si dissolveva nel nulla. Nessun pensiero giunse, soltanto la sensazione di una immensa, indescrivibile pace; i miei dubbi erano chiariti.

Ogni giorno avrei fatto visita a Bhagavan e avrei ascoltato insieme con i devoti i suoi discorsi. 

Molte volte fui invitata a lavorare all’asramam, ma la condotta dell’asramam non era abbastanza ortodossa per me. Un giorno la sorella di Bhagavan mi chiese di prendere il suo posto all’sramam, poiché doveva andarsene per qualche tempo. Non potei rifiutare. A quel tempo Santammal era capo cuoca e il mio compito era di aiutarla. Con mia grande gioia Bhagavan stava con noi nella cucina la maggior parte del tempo. Mi insegnò a cucinare in modo saporito e semplice. Avrei passato tutto il giorno all’asramam fino al tardo pomeriggio, dopo di chè sarei ritornata in città per dormire; le donne non potevano dormire all’asramam.

Un giorno Bhagavan disse: "Voi vedove non dovreste mangiare vegetali come bacche e ravanelli. Le restrizioni alimentari sono buone per fortificare la volontà ed inoltre, la qualità del cibo e il modo di mangiare influenzano la mente." Ero molto felice di lavorare nella cucina direttamente sotto la supervisione di Bhagavan; eppure volevo tornare a casa. La condotta all’Ashram era troppo non-ortodossa per me, e c’era davvero troppo lavoro. Non volevo lavorare tutto il giorno, desideravo sedermi in tranquillità e meditare in solitudine.


Lascio l’Ashram

Dunque, ritornai nuovamente al mio villaggio e rimasi lontana per un anno da Tiruvannamalai. Passai il tempo tra l’ozio e la meditazione. Eppure il mio cuore era all’asramam. Mi dicevo: "Perchè questo bisogno di andare avanti e indietro, Bhagavan non è qui e ovunque?" Ma il mio cuore mi richiamava a Bhagavan. Persino mentre mi lamentavo con me stessa che nell’asramam non c’era tempo per la meditazione, il mio cuore diceva: "Lavorare nella cucina è molto meglio della meditazione casuale." A casa avevo tutto il tempo libero che volevo, ma avevo la sensazione di sprecarlo. Più tardi venni a sapere che in quell'anno, di lontananza, Bhagavan era solito ricordarmi molto spesso: Un giorno stavano preparando il pongal (legumi con riso e pepe nero) per festeggiare il mese della stella natale (Punarvasu) di Bhagavan, e Bhagavan disse a Santammal: "Subbalakshmi è lontana eppure si chiede preoccupata se il pongal verrà cucinato oggi oppure no." In occasione di un altro festeggiamento Bhagavan annunciò: "Subbalakshmi tornerà; tenete da parte del pongal per lei." Quello stesso giorno arrivai all’Ashram.

Il suo grande amore per me, una devota buona a nulla, mi legò fermamente ai suoi piedi. Continuavo a pensare di voler lasciare l’asramam, ma lui mi tratteneva, per il mio bene, in modo più forte di quanto io tenessi a lui.

Sebbene stessi prendendo il coraggio per confessare Bhagavan il mio desiderio di partire, Egli sembrava leggere nei miei pensieri e mi precedeva assegnandomi qualcosa di speciale da fare. Sentii che avevo troppo da fare e che la mia vita si stava sprecando.

Un giorno Bhagavan mi guardò in modo assorto e disse: "Sembra che tu stia ancora desiderando ardentemente la meditazione." Risposi: "Che cos’ho, se non un lavoro senza fine nella cucina?" Bhagavan disse con profondo sentimento: "Le tue mani possono eseguire il lavoro ma la tua mente può rimanere ferma. Tu sei ciò che non si muove mai. Realizza questo e scoprirai che il lavoro non è uno sforzo. Ma finché continui a pensare che tu sei il corpo e che il lavoro è svolto da te, sentirai che la tua vita è una fatica senza fine. In verità, è la mente che fatica non il corpo. Anche se il tuo corpo è tranquillo, la tua mente resterà tranquilla? Persino nel sonno la mente è occupata con i suoi sogni."

Risposi: "Si, Svami, è tanto naturale per te sapere che tu non sei il corpo così come lo è per noi pensare di essere il corpo. Recentemente ho fatto un sogno nel quale tu stavi spiegando proprio questo punto. Stavo sognando che lavoravo in cucina mentre tu facevi il bagno al solito posto dietro il tramezzo di bambù. Tu hai chiesto: 'Che cos’è?' Io ho risposto: 'Chi dovrei dire che cosa sono?' Tu hai detto: 'Proprio così, tu non sei nulla che possa essere espresso a parole.'

Riprendendo il discorso, continuai: Ricorda che era il mio sogno ed era piuttosto chiaro, perché adesso non posso ricordarmi sempre di non essere il corpo?", Bhagavan rispose: "Perché non ne hai ancora avuto abbastanza di Lui," e sorrise.


Non torturare il corpo

Ero solita digiunare piuttosto spesso come consigliano alcune Scritture. In uno di questi libri, lessi: "Colui che vuole conoscere se stesso eppure presta attenzione al suo corpo è come un uomo che ripone fiducia in un coccodrillo affinché gli faccia attraversare un fiume." Mostrai il testo a Bhagavan che spiegò: "Non significa che tu debba morire di fame. Non hai bisogno di torturare il corpo. Significa soltanto non dare al corpo più di quello di cui ha bisogno. Con la tua mente continua la ricerca e mantieni il corpo in modo che non diventi un impedimento, alimentarsi di cibo fresco e puro, cucinato in modo semplice e assunto con moderazione, è un grande aiuto."

Un altro giorno chiesi il permesso a Bhagavan di indossare le vesti arancio del sannyasin e di mendicare il cibo. Disse: "Forse delle vesti colorate ti daranno la rinuncia? Prima impara cosa significa sannyasa."

Una volta cinque o sei devoti sedevano davanti a Bhagavan cantando un inno di lode al Guru. Egli si alzò nel bel mezzo della recitazione e se ne andò, dicendo: "Le preghiere e le lodi non porteranno lontano nessuno, è lo sguardo pieno di grazia del Maestro a dare la vera conoscenza." Esultai. Non avevo forse ricevuto i suoi sguardi pieni di grazia? Ma il giorno seguente disse: "Se non si diventa come un bimbo di sei mesi non c’è speranza che si entri nel regno della Conoscenza." Il mio cuore trasalì. Sebbene vivessi alla presenza del Signore Arunachala in persona, ero ben lontana dal divenire un’infante.


Perché dovresti dubitare?

Un altro giorno Bhagavan ci stava raccontando delle storie  riferite alle vite di devoti dei tempi passati. Gli,chiesi: "E’ scritto che Dio apparve davanti al devoto e sparse la Sua grazia su di lui mentre era ancora nel grembo di sua madre, può essere vero l'accaduto?". Bhagavan replicò: "Perché dovresti dubitare? Forse il dubbio ti porterà beneficio? Ne soffrirà solo la tua devozione. Queste storie sono reali tanto quanto il fatto che tu sia presente qui ed ora."

Un giorno Bhagavan  mentre leggeva, spiegava la Tirupugazh in Tamil ad Alamelammal di Madura. Non conoscevo il Tamil e potevo solo osservare, e in quel momento vidi un cambiamento in Bhagavan. Una luce splendeva dal Suo interno. Il volto era raggiante, il suo sorriso luminoso, i suoi occhi erano pieni di compassione. Le sue parole si riverberarono nella mente e furono comprese all'istante, profondamente. Tutto il mio essere veniva trasportato verso l’alto da una corrente di strane vibrazioni; il ricordo di questa esperienza è sempre presente nel mio cuore e rimane anche la grande gioia di essere privilegiata a sedere ai piedi dell’Essere Divino.

Era sempre così con Bhagavan. Chiunque andasse da Lui, Lui sarebbe sceso al suo livello; le sue parole, i suoi gesti, persino l’intonazione della voce, si sarebbero adattate al carattere delle persone intorno a lui. Con i bambini era il loro compagno di giochi, con i famigliari – un saggio consigliere, con i pundit – un pozzo di conoscenza, con gli yogi – il Dio della volontà, il Dio della vittoria. Egli vedeva se stesso in loro ed essi vedevano loro stessi in lui, per cui i cuori si sarebbero uniti ai Suoi piedi in eterno amore. Tutti quelli che venivano a vederlo sarebbero stati attratti dal suo amore e dalla sua gentilezza, dalla sua bellezza e dalla sua saggezza, e dalla sua potente manifestazione  di unità che irradiava che irradiava su tutto, come il fuoco irradia calore; ad alcuni avrebbe donato uno sguardo speciale, invisibile ad altri, con alcuni avrebbe discorso apertamente, le folle si sarebbero radunate intorno a lui ed ognuno lo avrebbe visto in modo diverso. Persino le sue foto differiscono, un estraneo non arguirebbe che sono tutte della stessa persona.


Svami, garantiscimi la salvezza 

Un pomeriggio, una donna del villaggio di Kumbhakonam sedette presso Bhagavan ed esclamò: "Quanto sono felice di averti incontrato, Svami, da molto tempo speravo di vederti, Svami. Io non voglio nulla, Swami, soltanto, sii gentile e garantiscimi la salvezza, Svami," dopo di chè si alzò ed uscì. Bhagavan fece una grossa risata e disse: "Guardatela, tutto ciò che vuole è la salvezza, datele la salvezza, lei non vuole altro." Io risposi: "Non è forse ciò che vogliamo tutti?".

Egli rispose: " La salvezza è  qualcosa che si può chiedere? Ho forse pacchi di salvezza nascosti addosso, per elargirli alla la gente che ne richiede? Lei ha detto: 'Non voglio nulla.' Se fosse stata sincera, avrebbe ottenuto la salvezza. Quale è quella cosa che posso dare e  che la gente possa prendere?"

Qualcuno portò a Bhagavan una campana perché venisse suonata durante la cerimonia dell’arati. Egli saggiò il suo suono in svariati modi e rise: "Dio vuole che  facciamo un falò delle nostre azioni passate e in quel fuoco bruciare il nostro karma, ma queste persone bruciano la canfora in un vaso di rame sperando così di ingraziarsi l’Onnipotente; davvero credono di poter ottenere qualcosa dal nulla? Non vogliono inchinarsi a Dio, vogliono che sia Dio ad inchinarsi a loro. Nella loro cupidigia inghiottirebbero Dio, ma non Gli permettono di inghiottire essi stessi. Molti si vantano delle loro offerte, cosa hanno da offrire? L’idolo di Vinayaka (Ganesha) è fatto di zucchero grezzo, essi ne rompono un pezzo e lo offrono a Lui. L’unica offerta degna al Signore, è liberare la mente dai pensieri e restare immersi nella pace del Sé."

Nei primi tempi che mi trovavo all’asramam, Bhagavan era solito dare una mano in cucina: aiutava a sgusciare le lenticchie, a pulire le verdure e a cucinare. Si alzava molto presto, prima dell’alba per unirsi al personale addetto alla cucina. Noi donne arrivavamo all’alba, e Bhagavan faceva in modo che tutto fosse pronto per il nostro arrivo, anzi trovavamo  parte del nostro lavoro già fatto. Per anticiparlo arrivavamo alle cinque, lui arrivava alle quattro; quindi la volta seguente arrivavamo alle tre. Appena si accorgeva che non avevamo dormito, smetteva di entrare in cucina prima dell’alba e ci dava il tempo di dormire.

Egli era davvero l’incarnazione della saggezza e della gentilezza, sebbene non facesse caso ai nostri errori, faceva in modo che seguissimo le sue istruzioni alla lettera. Dovevamo svolgere ripetutamente lo stesso compito finché non era eseguito con la sua totale approvazione. Lo faceva forse per lui stesso? A cosa gli serviva? Voleva in realtà provarci che potevamo fare le cose bene e che soltanto la mancanza di pazienza e di attenzione creava tutto il disordine. A volte sembrava molto severo, persino duro, onde insegnarci a fare le cose in modo corretto, poiché. Con l’esperienza venne la fiducia, e con la fiducia arrivò la grande pace della rettitudine.

Nel quotidiano, Bhagavan, evitava ogni forma di distinzione, sia nel lavoro che durante i pasti Egli era uno di noi. Ma nella sala, seduto sul divano, era il grande Signore di Kailas, la Montagna Sacra. Quando Bhagavan entrava o usciva, tutti ci alzavamo in piedi in segno di rispetto, ma si  notava che non amava recare disturbo alle persone.

Desiderava insegnarci al meglio la lezione che Dio è presente in ogni essere in tutta la Sua Gloria e Pienezza, e che è degno di adeguata reverenza. Non si stancava di instillare questa lezione nelle nostre menti e nei nostri cuori. La legge, per cui ciò che non può essere condiviso non deve essere toccato, era sovrana all'interno dell'asramam, in quanto i sentimenti esclusivi o di distinzione sono la causa dell’ "io" quindi i più grandi ostacoli nella realizzazione dell’Uno/Sé.

Una volta Bhagavan ebbe l’itterizia. Doveva fare una dieta a base di frutta, la mangiava soltanto se tutti gli altri la prendevano e persino nelle stesse quantità! Dove avremmo trovato una tale quantità di frutta? Eppure era adamantino, e avrebbe lasciato intatta la sua porzione finché non avesse visto un’adeguata porzione nei piatti di ognuno di noi. Coloro che sostengono che un uomo malato necessita di cibo speciale e non deve essere disturbato, si sbagliano. Bhagavan non era malato. Il suo corpo aveva l’itterizia, tutto qui. Voleva piuttosto imprimere nelle nostre menti il concetto che un uomo non deve avere una porzione più grande in nessuna condizione. Il fatto che imparassimo questa lezione era più importante per lui della cura della sua itterizia.

Servirlo all’ora dei pasti era in sé un’avventura pericolosa. Il nostro desiderio femminile era riempirlo a sazietà. La sua regola era pulire il piatto, non importa cosa o quanto cibo fosse stato servito. Non una briciola di cibo doveva rimanere nel piatto. In tal modo dovevamo essere attente e servire molto meno di quanto avremmo desiderato. Non era facile e spesso ci sbagliavamo. Lui ci rimproverava aspramente o, cosa infinitamente peggiore, si ammalava e soffriva. Non posso immaginare come riuscisse a produrre una malattia quando serviva per dare una lezione, ma la nostra vita con lui era una crisi dopo l’altra.

Sopportava ogni fatica per insegnarci le virtù necessarie alla scoperta del Sé. La nostra vita all’Ashram era una scuola di yoga, e anche dura. Poiché la conoscenza non significava nulla per lui; soltanto il carattere e la genuina esperienza spirituale contavano.

Con il tempo smise di lavorare in cucina, ma potevamo ancora vederlo nella sala da pranzo. Quando tutti si alzavano dopo aver mangiato, lui si allungava sulla sua sedia e noi ci riunivamo intorno a lui, chiacchieravamo ed ascoltavamo le sue preziose parole. 


Trasformati fino alla radice del nostro essere

Bisognava vivere e lavorare con lui per capire quale grande maestro egli fosse. Attraverso le inezie della vita quotidiana ci ha insegnato il Vedanta in teoria e in pratica. Ci ha guidato con assoluta saggezza e infinita dolcezza, e noi siamo stati trasformati fino alla radice del nostro essere, non conoscendo affatto la profondità e lo scopo della sua influenza. E’ solo oggi, dopo così tanti anni, che possiamo comprendere il significato degli ordini, dei divieti, delle sgridate e delle tempeste che abbiamo dovuto sopportare. A quel tempo capivamo così poco,  obbedivamo semplicemente, poiché sentivamo che egli era Dio. Persino quel sentimento che dovevamo alla sua grazia, poiché ad un certo punto ci avrebbe permesso di vederlo come egli era in realtà, Dio Onnipotente, non la cornice umana alla quale eravamo abituati.

Eravamo donne, semplici e ignoranti. Era, il nostro amore per lui, un riflesso del suo amore, che ci incatenava ai suoi piedi e ci faceva restare. Per lui lasciavamo la terra e la casa e tutti i nostri legami terreni. Sapevamo soltanto di essere al sicuro con lui, che in qualche modo miracoloso ci avrebbe condotti al nostro destino. Egli stesso era il nostro destino, la nostra vera casa. Più di quello, non sapevamo o non ce ne curavamo. Eravamo persino lenti nell’apprendere la lezione dell’uguaglianza tra l’uomo e l’animale che egli era così ansioso di insegnarci come prima cosa. Per noi, esisteva soltanto Lui. La forma radiosa del Ramana era abbastanza per noi. Non sapevamo che non era abbastanza, che un’anima umana deve imparare ad abbracciare l’universo e realizzare la propria presenza in ogni essere vivente. Ci concentravamo troppo su di Lui e risentivamo il suo incitamento ad allargare il nostro piccolo cerchio. Il suo, a volte, rude trattamento ci faceva confondere e ci faceva piangere. Ora capiamo che era amore che soffriva mentre agiva.

Gli Yogi si controllano severamente a lungo per raggiungere lo stato nel quale il Bhagavan ci portava facendoci lavorare al suo fianco in cucina. Egli svolgeva i piccoli compiti della vita quotidiana come fossero vie per la luce e la gioia. Chi non ha fatto esperienza dell’estasi della macinatura, del rapimento del cucinare, della gioia di servire i devoti, i suoi devoti, quello stato in cui la mente è nel cuore e il cuore è in lui ed egli è al lavoro, non sa quanta beatitudine contiene il cuore di un uomo.

Sebbene, fisicamente, egli non sia più con noi, egli ancora ci dirige, come nel passato. Non allenterà la sua presa su di noi fin quando non raggiungeremo l’Altra Parte. Questa è la nostra ferma fede. Potremmo non essere sempre consapevoli della sua guida, ma siamo sicuri tra le sue mani.

Sri Krishna, nella Sua grazia divenne un mandriano per insegnare alle semplici mungitrici la via per la salvezza. Similmente  Bhagavan, lo stesso Essere Supremo in un’altra forma, si dedicò alla cucina per salvare poche donne ignoranti. Con i suoi occhi ha servito ai suoi devoti il cibo dello spirito, con le sue mani - il pane della vita.

 

Nov./Dec. 1991 Vol. 1 - No. 6

Tradotto da:Dennis Hartel Dr. Anil K. Sharma