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Settant’anni fa in questo mese, il 19 maggio del 1922, la Madre del Maharshi diede il suo ultimo respiro con suo figlio seduto accanto a lei. Ella lo aveva pregato che così, voleva che accadesse. La meravigliosa storia di come il Maharshi guidò l’anima della madre, durante i suoi ultimi momenti, all’ultima spiaggia dell’emancipazione, è qui raccontata da, forse, il solo superstite ancora vivente che possa testimoniarlo: Sri Kunju Swami. Egli descrive nei dettagli anche come il corpo fu sepolto vicino a Pali Tirtham.

L’ultimo giorno.

 

Alle cinque del mattino ci fu una premonizione che quello sarebbe stato il giorno della fine della Madre. Bhagavan sedette al suo fianco e le pose una mano sul petto e l’altra sulla testa. Disse a tutti di andare a mangiare perché, se lei fosse morta, sarebbe stato considerato impuro dalle persone ortodosse mangiare in una casa dove si era posata la morte.

Alcuni ortodossi del gruppo dei devoti andarono a mangiare. Ma altri, che si sentivano particolarmente vicini a Bhagavan, non vollero lasciarlo per andare a mangiare.

Bhagavan continuò a sedere al fianco della Madre e a tenere le sue mani su di lei.

Differenti espressioni di gioia e tristezza passavano sul viso della Madre. Bhagavan osservò: “La madre è in questo mondo? No. Ella è consapevole in differenti mondi e sta attraversando diverse nascite e le conseguenti esperienze”.

Quando il suo passaggio sembrava imminente, persone come Ganapati Muni, T.K. Sundaresa Iyer e altri decisero di recitare alcune scritture vediche. All’altro lato della stanza, Saranagati Ramaswami e un signore del Punjab iniziarono a recitare Rama japa (ripetizione del nome di Rama). Poi, senza nessuna intenzione, iniziammo a cantare insieme la canzone Aksharamanamalai e Arunachala Siva.

Durante questi canti e la recitazione di varie scritture, la Madre, lasciò il corpo. Bhagavan continuò a tenere le sue mani sul suo cuore e sulla testa. Ci meravigliammo che stesse, ancora seduto così.

Allora egli spiegò: ”Quando Palaniswami diede il suo ultimo respiro feci la stessa cosa. Pensai che l’anima fosse calata nel cuore e rimossi le mie mani, ma egli aprì gli occhi e la forza vitale uscì dagli occhi. Così questa volta, per essere certo, ho lasciato le mani più di quanto fosse necessario.”

Ho appreso questo importante segreto da Bhagavan quel giorno.

Si alzò e noi tutti andammo a mangiare. Dopo aver pranzato ci riunimmo di nuovo vicino al corpo della Madre senza nessun senso di contaminazione.

Ganapati Muni ha sollevato la questione della possibilità per una donna di raggiungere lo stato di Realizzazione descritto nella Ramana Gita. Bhagavan disse che lo stato di realizzazione non è in relazione alla forma del corpo grossolano. Così, noi tutti, ci sentimmo soddisfatti nel sapere che la Madre aveva conseguito la liberazione e fummo felici. Felicissimi, in verità, perché adesso vedevamo la faccia e il corpo della Madre irradiare splendore e luce.

Dal momento in cui Bhagavan le diede la mukti (la liberazione), il suo intero corpo e il volto splendevano. Fu deciso che il corpo avrebbe avuto una sepoltura cerimoniale invece che la consueta pira funeraria prevista per le vedove brahmine.

Allora, gioiosamente, adornammo il corpo con kumkum, malas e fiori. Dopo una riunione, decidemmo che il corpo della Madre sarebbe stato sepolto vicino a Pali Tirtham.

Stabilimmo di mantenere questa decisione segreta perché sapevamo che, se questa notizia si fosse diffusa, si sarebbe radunata un’inimmaginabile folla al samadhi (funerale).

Ricordo anche che il giorno prima del mahasamadhi, Ramakrishna Swami ed io andammo sulla collina e trovammo molti alberi di bambù, così portammo un buon numero di fusti di bambù a Skandasramam. Unimmo questi fusti per fare una lettiga con cui trasportare il corpo della Madre a Pali Tirtham. Mi fu chiesto di rimanere a Skandasramam perché erano stati inviati dei telegrammi a dei parenti di Tiruchuzhi e di altri luoghi e sicuramente sarebbero arrivati a Skandashramam quella mattina.

Il corpo fu posto sotto un albero di Asavastha e Bhagavan sedette a lungo vicino ad esso in compagnia di alcuni devoti. Dalle sette alle sette e mezza del mattino arrivarono i parenti da Tiruchuzhi e da altri luoghi e io li accompagnai a Pali Tirtham. Nel frattempo la città intera seppe la notizia e si recò là.

Molti negozianti arrivarono con scorte di banane, canfora, e altro e i pandit recitavano le scritture mentre Bhagavan sedeva, maestosamente, accanto al corpo.

Sembrava di essere in un tempio.

C’erano molti cactus selvatici in quel posto e mentre alcuni di noi li rimuovevano, Perumal Swami scavò la fossa e vi costruì dentro il samadhi.Tra le dieci e mezza e le undici ogni cosa fu pronta.

Bhagavan aveva già evidenziato i passaggi descritt nel Tirumandir, un testo scritto dal grande saggio Tiruvarul, che spiegavano come il corpo di uno jnani dovesse essere sepolto. Allo stesso modo il corpo della madre fu portato alla fossa del samadhi e ivi deposto.

Bhagavan sparse sul corpo un grande quantità di vibhuti (cenere sacra) mentre altri continuarono aggiungendo canfora, pasta di sandalo e altre sostanze, seguendo alla lettera le ingiunzioni del santo Tiruvarul. Al termine della cerimonia il samadhi fu chiuso: delle pietre furono poste sopra di esso e venne costruito un piccolo reliquiario. In verità, fu davvero una gloriosa visione.

Dopo la cerimonia una parte di noi andò a Palakottu per organizzare l’accoglienza ed offrire da mangiare a circa duecento persone. Bhagavan iniziò ad andare verso Palakottu con gli altri. Guidava la processione un gruppo di musicisti con i tamburi, seguivano i corni e i suonatori di  nadaswaram[1]. La distanza per Palakottu era solo di duecento iarde[2], ma Bhagavan camminava così lentamente e maestosamente che occorsero due ore per coprire tale percorso.

Una visione degna di essere vista persino dagli esseri celesti. 

Estratto dai Dialoghi ad Arunachala Ashramam di Kanakamma, New York City, 12 Maggio,1991.

Giugno -Agosto 1991, vol. 2, n. 3


[1] ll nadaswaram (chiamato anche , nagaswaram: dalla forma di serpente), è uno dei più popolari strumenti acustici classici suonati in Tamil Nadu, Andhra Pradesh, Karnataka e Kerala . Si tratta di uno strumento a fiato simile ad altri utilizzati nel nord India (shehnai), ma molto più lungo, con un corpo in legno e una grande campana svasata di legno o metallo. Nella cultura del sud dell'India induista, il nadaswaram è considerato uno strumento di buon auspicio e nella tradizione indiana del sud viene suonato nei templi e utilizzato in quasi tutti i matrimoni e i funerali . Fa parte della famiglia degli strumenti noti comeMangala Vadya(strumento di buon auspicio.  Lo strumento è suonato  solitamente in coppia ed è accompagnata da una coppia di tamburi chiamati thavil e dal altri strumenti acustici.

[2] Circa due chilometri.