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Vita

Il Grande Viaggio

Il sole stava tramontando. Un maulvi(1) che aveva preso posto nello stesso scompartimento stava narrando al suo compagno di viaggio, il quale era assorbito nella gioia della sua ricerca, le storie di vari saggi. Il ragazzo era indifferente, non apriva nemmeno gli occhi.  Il maulvi, incuriosito, si avvicinò e gli chiese, “Svami, dove state andando?” Venkataraman: Tiruvannamalai

Maulvi: Anche io vado lì.

Venkataraman: Davvero?

Maulvi: Non esattamente, ma a Tirukkoilur la stazione dopo.

Venkataraman: (Sorpreso) Vi è un treno per Tiruvannamalai?

Maulvi: Naturalmente. Per quale stazione avete comprato il biglietto?

Venkataraman: Per Tindivanam.

Maulvi: Oh accipicchia! Perché per Tindivanam?  Dovete scendere a Villupuram e prendere un altro treno che va a Tirukkoilur e Tiruvannamalai.

La Meta

“Ho vagato senza aiuto giorno dopo giorno. Ora cerco rifugio in te, vieni a salvarmi”      - Tyagaraja -

Erano le prime ore del mattino, l'oscurità spariva lentamente dal momento che eravamo saliti sul treno. Venkataraman non vedeva l'ora di vedere Arunachala, più ci avvicinavamo e più aumentava il suo entusiasmo.


All'inizio c'era la nebbia che a poco a poco stava svanendo, fu sempre più limpido, finché non apparve in modo esplosivo la cima di Arunagiri, 'il suo centro', le sue pre-colline e la sua base con le torri del tempio che toccavano le stelle. 

Il cuore di Venkataraman era immerso in un oceano di gioia, il suo corpo tremava, i suoi occhi erano pieni di lacrime che gli annebbiavano la vista della sua amata montagna Arunachala. Appena il treno arrivò alla stazione, Venkataraman camminò velocemente verso il Tempio, quasi correva.

Iniziazione

Un Jnani aveva bisogno di fare Tapas? Venkataraman aveva già raggiunto il supremo Sé e non  aveva più bisogno di sforzarsi. Per convenienza useremo i termini Tapas e Iniziazione. I lettori non devono sbagliarsi. Il giorno stesso che Venkataraman lasciò la sua famiglia e si offrì ad Arunachaleswara, tutti i contatti della sua vita vissuta fino a quel momento si ruppero. Ma qualche simbolo rimase. Perché non abbandonare anche quelli? Aveva solo bisogno di raggiungere la beatitudine e la conoscenza del Sé, niente altro. Non tollerava nessun ostacolo al suo cammino che era fatto solo di Tapas, l’unica iniziazione (diksha). I Sastra dicono che per l’iniziazione è necessario un guru. Per Venkataraman il suo guru era Arunachaleswara. Di solito il guru da l’iniziazione toccando le parti del corpo del discepolo e gl’insegna un mantra.

Il Luogo del Tapas

Il tempio di Arunachaleswara è lungo 450 metri e largo 207 metri.  Il museo del tempio è stato costruito da Vellala (conosciuto anche come re Bhallala o Bhalla). La torre a Est è alta 65 metri e ha 11 piani. Ci si potrebbe andare e sedersi. Si dice che questa torre sia stata costruita da Praudda Deva Rayar. Se entriamo da est nel primo perimetro troviamo subito una corte, e in questa se guardiamo verso sud-est c'e' un giardino di fiori e nella parte nord troviamo una corte con 1000 colonne.

Nella parte sud-ovest si scende in una cella dove c'è il Linga di Eswara.

Fino a questo scritto, non è mai stata fatta nessuna puja in questa cella; questo luogo era buio, umido e trascurato. Era il luogo del tapas di Ramana, ma nel 1949 un devoto di nome Taleyarkhan lo fece ripulire, lo fece restaurare e lo fornì di elettricità. Oggi vi troviamo una foto di Sri Bhagavan e le puja si svolgono regolarmente. Nella parte ovest della corte con le 1000 colonne c'è il parcheggio e dietro c'è il giardino dei fiori che per qualche inspiegabile motivo si chiama ‘Vazhaithotam’ (il giardino delle banane).

Nella parte sud della prima area recintata c'è la grande vasca sacra e si dice che sia stata costruita da Sri Krishnadeva Raya. Al suo nord si trovano due santuari - conosciuti come il “santuario di Kambathilayanar” nella parte est e il “santuario di Siragangai Pillayar” nella parte ovest. “Ilayanar” vuol dire il più giovane - il nome di Svami Subrahmanya. “Pillayar” vuol dire Vighneswara.

Il Regno dello Yoga

Venkataraman venne conosciuto con il nome di Brahmana Paradesi. Nella regione del Tamil Nadu gli Shivaiti che non erano Bramini, prendevano i voti di Sannyasa e giravano in centinaia per la montagna Arunachala, mentre i Sannyasi Bramini erano pochi e venivano chiamati Bramana Paradesi. Il nuovo Paradesi si mise a meditare nella corte delle 1000 colonne. L'inverno stava arrivando e i monsoni non erano ancora finiti. Non aveva vestiti per coprirsi ne un tappeto dove sedersi. Non cercava mai la compagnia degli altri e se qualcuno arrivava, si spostava più in là. Di solito stava seduto in silenzio con gli occhi chiusi, anche quando passeggiava non parlava con nessuno. Non ha mai chiesto cibo e se qualcuno glielo offriva, quando era sveglio, lo accettava. Restava sempre concentrato nel Sé, manteneva i sensi prigionieri e la mente controllata. Gioiva nel Regno dello yoga. Questo ragazzo non ha mai cercato niente. Però, anche quando non cercava la compagnia degli altri, erano gli altri che lo avvicinavano. Per le persone lui era oggetto di curiosità, o da ridicolizzare o da incolpare, solo per pochi Lui era un oggetto di rispetto; era in un posto nuovo, senza aiuto, e senza protezione? Ma era veramente senza protezione?

Il suo solo rifugio era ai piedi di Shiva ma quello Shiva non  apparve mai di fronte a lui!

Questo ragazzo diventò il mirino dei monelli locali che pensavano fosse matto

Seshadri Svami

Per gli abitanti di Arunachala, se il Maharshi era il sole, Seshadri era la luna, entrambi unici, ognuno a modo suo. Seshadri, Bramino Ashtasahasram, nacque nel 1870 a Vazhur nel distretto di Vandasi. Perse suo padre molto presto, e uno zio di sua madre, Kamakoti Sastriar, musicista e studioso dei purana, lo portò con sé. Seshadri, aveva una memoria tenace, era esperto in musica vocale e del sapere puranico. Molto giovane approfondì gli studi sanscriti e fu all’altezza di comporre poesie. La divinità preferita di Seshadri era la Dea Kamakshi di Kanchipuram. Andava giorno e notte intorno al suo santuario recitando i Mukapanchasati, cinquecento sloka in sua preghiera. A quindici anni fu iniziato allo sakti (Bala) mantra e a praticare nel cuore della notte, solo, in un cimitero adiacente il fiume, vicino al santuario Periandavar. Ottenne la visione della Dea Sakti.

Tempo dopo, Seshadri si recò in diversi luoghi per apprendere la conoscenza nei mantra, poi, nel 1890 raggiunse Arunachala dove rimase sino alla sua fine. Aveva acquisito poteri occulti come: leggere i pensieri degli altri, la chiaroveggenza e la vaksiddhi. Seshadri evitava la compagnia della gente e la evitava agendo come un matto, tirandogli dietro le pietre. Quando vide Ramana, notò che era un anima realizzata, dimorava nel Sé e, ne scaturì un grande amore.

Seshadri che declinava inviti da chiunque, occasionalmente, andava a Pavalakundru dove Ramana risiedeva, e sedeva con i devoti per il pasto. Seshadri mentre mangiava spruzzava il riso per terra, nel momento in cui i devoti di Ramana iniziavano ad obbiettare, conveniva con loro, e assicurava che la volta successiva il riso non sarebbe caduto a terra.

Usava visitare, anche, la casa di Echammal ovviamente senza invito da parte sua. Seshadri amava i discepoli del Maharshi e li consigliava ad abbandonarsi a Lui.

Giripradakshina

Nel 1908, Seshadri fece una visita al Maharshi che si trovava nella grotta dell’albero di Mango, trascorse il tempo osservando molto da vicino il Maharshi, cercava di leggere la sua mente. Siccome non riusciva a farlo si abbandonò in un gesto di esasperazione e disse: non riesco a comprendere ciò che il Maharshi pensa. Il Maharshi non rispose. Seshadri continuò: “E’ sufficiente venerare Arunachaleswara. Egli concederà la liberazione.”

Maharshi: Chi è colui che venera e chi è il venerato? Seshadri scoppio in una forte risata e disse: “Non è chiaro, questo è il problema”. Al che Bhagavan iniziò un lungo discorso, sull’esperienza advaita, che Seshadri ascoltò attentamente.

Alla fine disse: “Non sono in grado di dire nulla, tutto ciò è incomprensibile per me, c’è un vuoto. Per quanto mi riguarda, sono contento di essere sempre chi venera.”