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Dialoghi 02

A - "Io sono Quello", affermano le scritture della tradizione metafisica, ma io sono anche Questo... Due parole, una dualità, un unica vita.  Il concetto (stesso) io sono (qualunque cosa) e' un illusione! La dualità sorge in noi in quanto ci identifichiamo come enti autonomi! Nei momenti di non attenzione, siamo talmente presi nell'agire, che ricadiamo nel senso di separazione. Credo sia comune a tutti, sperimentare questo altalenarsi della coscienza! A meno che non ci si stabilizzi nella tanto sospirata  "liberazione". Nisargadatta insegna che nessuna persona può essere "liberata", ma è "dalla" persona (con la quale ci identifichiamo) che bisogna liberarsi!

B - Presentandola così, è inutile anche parlare....con le parole che abbiamo cerchiamo di esprimere ciò che sentiamo e pensiamo, per questo si usano spesso immagini o simboli, per permettere alla coscienza di "avere una visione" e di non attaccarsi rigidamente ai termini...

Così è per l'immagine di radice-tronco-albero o di albero-riflesso-acqua, ma anche per quelle "classiche" del tipo corda-serpente o anche per quelle matematiche del tipo 1/2+1/2=1  ....altrimenti come fai a comunicare? Poi, perché < il concetto "io sono" è un'illusione? >, o meglio < chi è che afferma che il concetto io sono è un'illusione>? L'<io affermo>? Come vedi, si può andare avanti all'infinito oppure tacere....il processo verso la consapevolezza richiede sadhana e pazienza....

Dialoghi 01

A - E' vero che bisogna iniziare da ciò che si è... ma è fondamentale tendere a ciò che hanno scritto e detto i grandi Realizzati, senza cristallizzarsi sulle proprie opinioni.

B - E' quel tendere che alle volte lascia perplessi, occorre stare molto attenti, perché anche quel tendere si può cristallizzare in opinione.

A - Leggiamo cosa dice Ramana Maharshi dell'Atman: "...lo stesso Cuore, quale pura Coscienza o Atman, è oltre ogni coordinata spazio-temporale..." "La Pura Coscienza o Atman, completamente indipendente da corpo fisico e trascendente la mente, può essere solo un'esperienza diretta. I Saggi o Rsi conoscono l'eterna esistenza incorporea proprio come i profani conoscono la propria esistenza fisica, ma l'esperienza della Coscienza o Atman può avvenire sia con la consapevolezza del corpo che senza." (tratto da "Il Vangelo di Ramana" ed.I Pitagorici, pag. 111) ...inoltre leggiamo nel glossario alla voce Atman = l'Atman è l'Assoluto in noi, completamente fuori del tempo-spazio-causa, e, in quanto tale, è identico al Brahman, Assoluto in Sé.

B - Consideriamo una cosa... quando leggiamo le parole dei Maestri, come quelle di un qualunque rishi o testo sacro tradizionale dobbiamo cercare di ricordare che esse non sono la verità, ma la sua descrizione o l'indirizzo per la via cui giungere ad essa. Questo significa che ogni parola, ogni frase va letta, sì con gli occhi dell'amore per il Maestro, ma anche con la consapevolezza che la nostra mente non potrà mai immaginare ciò che è senza di essa.

La Tradizione

La caratteristica della metafisica o filosofia dell'essere o filosofia realizzativa o sanathana dharma o tradizione unica, in tutte le sue accezioni spazio temporali o branche o rami o scuole o maestri, è l'identità del testimoniato: l'esistenza di una unica Realtà Assoluta (Brahman) accessibile per identità dell'essente attraverso la trascendenza del molteplice inteso come emanazione della stessa. Ciò viene testimoniato perché l'accesso consiste nella presa di coscienza da parte dell'essente della sua natura di Atman (Pura Realtà) o Essere identico alla Realtà Assoluta. La Tradizione (adesso con la maiuscola, avendo definito il termine) viene detta Vivente perché incarnata di volta in volta da Maestri che "risvegliati" alla Realtà Assoluta, "liberati" dal molteplice, "illuminati" dalla Conoscenza metafisica, ne lasciano testimonianza agli astanti attraverso il silenzio, la parola o l'azione.

Considerazioni sul namarupa

Dal glossario sanscrito: secondo il Vedanta ciò che ha un nome ha anche una forma e viceversa.

Ovvero nome e forma vanno di pari passo, sono facce della stessa medaglia. E la medaglia qual’è? Il nome è suono, il suono è effetto di vibrazione, e la vibrazione è effetto di movimento. Ma anche la forma è effetto di vibrazione e questa del movimento, pertanto sono entrambe effetto del movimento. Si potrebbe aggiungere la determinazione nel discorso, ovvero sostenere che un determinato movimento-vibrazione ha come effetto, sul piano dei nomi e delle forme, un nome ed una forma determinata.

Il che a dire che una determinata forma ha un determinato nome-suono e viceversa. Provo a spiegarmi meglio; i nostri strumenti di contatto col mondo (vista, udito, tatto, olfatto, gusto) cosa sono se non organi specializzati a captare particolari vibrazioni (sonore, luminose, ecc ecc).

A quelli con poca polvere - Arthur Osborne

Arthur OsborneSi narra (e la storia, se storicamente vera o no, non è meno significativa) che, dopo il conseguimento dell’Illuminazione, il primo impulso del Buddha fu di dimorare nello splendore della Beatitudine senza tornare indietro per trasmettere l’incomunicabile all’umanità. Egli poi rifletté: “Ci sono alcuni che sono chiaroveggenti e non necessitano del mio insegnamento, altri i cui occhi sono così annebbiati dalla polvere che, benché dato, non gli daranno attenzione, ma, fra questi due, ci sono anche altri con poca polvere nei loro occhi che possono essere aiutati a vedere, per amore di questi io ritornerò fra l’umanità e insegnerò”.

È per quelli con poca polvere negli occhi che questo giornale è destinato.

Il suo obbiettivo è di mostrare che c’è uno stato più soddisfacente di quello dell’ignorante che è confuso, senza guida e di frustazione dell’uomo moderno, e uno più alto, più soddisfacente e più duraturo in alternativa a quello dato dalle ricchezze o dal lusso, dall'arte o dalla musica, o dall'amore fra uomo e donna; un tale stato può essere raggiunto nella propria vita e, "che lo scopo di tutte le religioni è di condurre gli uomini verso Quello, benché in differenti vie”.
Dico “verso” piuttosto che “a” perché, anche se il supremo stato può non essere realizzato in questa vita, il semplice approccio ad esso può portare una pace alla mente e ai sensi; uno stato di benessere non altrimenti realizzabile.

La Tradizione dell'Advaita

L'Advaita è la filosofia - se così si può chiamare- che fu insegnata da Sri Ramana attraverso la sua vita e attraverso le sue "opere". Advaita come verità, significa "non dualità"; Come filosofia, si può rendere come "non dualismo".

Ciò non significa che la filosofia in questione sia un sistema chiuso, perché non è un sistema filosofico. Essa indica l'esperienza plenaria della non dualità, che sta al di là delle costruzioni del pensiero. Sebbene il pensiero sia utile, in quanto può dirci che cosa la realtà non è, la realtà stessa non può essere imprigionata entro i suoi confini. Ciò che abbiamo chiamato esperienza plenaria è l'Io non duale dove non vi sono distinzioni. Sri Ramana "acquisì" o meglio scoprì questa esperienza senza studi formali. I libri che egli lesse più tardi servirono solo a confermare la sua esperienza dell'Advaita.

L'Advaita come tradizione, si può far risalire ai Veda e alle Upanishad. In alcuni inni vedici, che hanno argomento metafisico, la Realtà suprema è chiamata "l'Unico Essere" (ekam sat), "Quell'Uno" (tat ekam), ecc. La dottrina dell'Uno trova una chiara esposizione nelle Upanishad che costituiscono il Vedanta la Fine dei Veda. I termini spesso impiegati nelle Upanishad per designare l'Unico Essere sono Brahman ed Atman Brahman, che è la base dell'universo, proclamato identico ad Atman. "Qui non vi è alcuna pluralità "dice un testo upanishadico, e soggiunge: "Dalla morte alla morte va colui che vede la pluralità qui, come se ci fosse" .

I pochi

Nessun ragionamento può penetrare la mente chiusa.

Lasciata la verità brillare, risplendere come il sole.

Accovacciati nel loro angolo oscuro,
essi vogliono trovare qualche tremolante candela,
fino al compimento del giorno della vita.
Anche se noi cantiamo come angeli nelle loro orecchie
loro non vogliono ascoltare.

Solo quelli nelle cui orecchie abita il presagio,
maturato, sebbene schiacciato e negato,
saluteranno il rintocco delle campane d’oro
e accoglieranno la verità quando tutti la deridono.
Che riescono a vedere un debito posto su essi
e che nessuno vuole adempiere.

Io e il Padre siamo uno

Ma chi è questo “Io”?

Non certamente l’io che si preoccupa di quel che la mattina arriverà con la posta, che nutre simpatia per una persona e antipatia per un’altra, che pianifica il futuro e rimugina sul passato. Io non voglio sollevare la questione se sia giusto o sbagliato fare queste cose, ma, solo, affermare che la persona che fa queste cose non è Uno con il Padre. Tutti riconoscono ciò perché, superficialmente, dicono che non sono Uno con il Padre perché lo fu solo Cristo. Ma ciò che è veramente superficiale è che lo considerano come un mero accidente di nascita, così come una persona può essere nata figlio di re e altri no, e non c’è nulla che possiate fare. Se fosse così potrebbe, Cristo, averci detto di fare qualcosa e cioè: essere perfetti come il nostro Padre che è nei cieli?

Non-dualità nelle tradizioni Vediche e Bibliche

I. La Tradizione Vedica

I Veda sono le sacre scritture degli Induisti e le Upanishad sono l’apice della ricerca Vedica alla Verità o Realtà. Le Upanishad rivelano l’esperienza di Dio nella quale una persona può affermare “Io sono Brahman,” o “Io sono Dio,” è un esperienza non-dualistica (advaita) o ontologica non-dualità. La tradizione Vedica rivela una crescita progressiva della relazione divino-umano in quattro stadi: relazione attraverso opere poetiche (Samhitha), relazione attraverso rituali e offerte sacrificali (Brahmana), relazione attraverso meditazioni nella foresta (Aranyakas) e infine autorealizzazione (Upanishad).

Le Upanishad parlano di quattro livelli di coscienza, i quali mostrano la crescita progressiva nella relazione divino-umano: coscienza di veglia, coscienza di sogno, coscienza di sonno profondo e di Thuriya, che significa il quarto. Nella coscienza di veglia ci si identifica con un corpo fisico e si vive per soddisfare i propri desideri fisici e le proprie ambizioni.