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Devoti

Sadhu Arunachala

Non è facile descrivere le reazioni al primo incontro con Bhagavan. Sentii la straordinaria pace evocata dalla sua presenza, dalla sua Grazia, mi sembrava di conoscerlo da sempre. Non era come ritrovare un vecchio conoscente, ma sentire che Lui era sempre stato lì con me, sebbene all’epoca non ne fossi consapevole. Ora lo sapevo. Fu solo in seguito, quando abitai in India per qualche tempo, che iniziai a realizzare quanto benevolo fosse stato Bhagavan con me fin dalla prima volta. Le mie attitudini mi furono messe di fronte; Bhagavan rispondeva alle reazioni delle persone, se ci si comportava in modo assolutamente naturale, senza tensioni, il comportamento di Bhagavan era simile.

Che cosa significa Sri Bhagavan per me? Dopo aver sperimentato per molti anni il dono della sua grazia, posso rispondere: “Per me è ogni cosa. E’ il mio Guru e il mio Dio”. Posso dirlo serenamente, perché se non avessi avuto la sorte benigna di incontrarlo e dopo, quella di stare in stretto contatto con lui, starei ancora brancolando nell’oscurità. Sarei ancora un San Tommaso dubitante.

Come ebbe inizio?

Quando avevo diciotto anni lessi molti libri di Vivekananda e di Swami Rama Tirtha. Queste letture generarono il desiderio in me di diventare  un sannyasin, come gli autori di quei libri. I loro scritti impiantarono in me, anche, l’ideale di una vita semplice, di alti pensieri e dedicata alla spiritualità.

Adesso ho novantadue anni, incontrai la prima volta il Maharshi nell’estate del 1914, quando ero un ragazzo di 16 anni. Eravamo in pellegrinaggio a Tirupati e ci fermammo a Tiruvannamalai, da dove mia nonna proveniva. Non eravamo stranieri in questa città. Nel gruppo di pellegrini c’era un mezza dozzina di ragazzi, tutti più o meno della mia stessa età. Decidemmo di salire alla grotta di Virupaksha dove Il Maharshi allora viveva ed era piacevole notare l’attenzione che prestava alle nostre attività.

Stavamo tutti giocando con il guscio di una conchiglia. La conchiglia era suonata dai sadhu che andavano in città per mendicare cibo. Uno dopo l’altro, anche noi tentavamo di soffiare il guscio della conchiglia, nessuno ce lo impedì, anzi notai un sorriso di incoraggiamento da parte del Maharshi. Questa fu la mia prima visita. Otto anni più tardi, tornai a Tiruvannamalai per rendere visita a mia sorella che celebrava il suo matrimonio. Una sera, insieme a due compagni andammo a visitare Kavyakanta Ganapati Muni nel  suo asram sulla collina. Cosa posso dire di quel grande veggente del Mantra Sastra?

Il 3 febbraio del 1936, di mattina presto, osservai  la mia “gualdrappa” rotolare per due miglia e mezzo su una strada dissestata, dalla stazione di Tiruvannamalai al Ramanashramam. Due notti insonni nel treno da Bombay mi avevano stancato il corpo e la mente. La mia testa era affetta da capogiri e i miei sensi erano confusi. Speravo in po’ di riposo all’asram, ma quando arrivai non vidi nessuno.

All’improvviso apparve un uomo corpulento, un gigante, i capelli spettinati e le labbra rosso scarlatto per il continuo masticare foglie di betel e nocciole. Era seduto sul pavimento davanti ad una foglia-piatto quasi vuota, mi chiamò con il più gentile cenno del capo e con il più dolce sorriso che si possa immaginare: “Sei tu Mr. Cohen? Svelto, seguirmi prima che il Maharshi esca per la sua passeggiata” disse a voce alta.

Arrivai per la prima volta da Sri Bhagavan nel 1919. All’epoca viveva allo Skandasramam, sul fianco del monte Arunachala. Sua madre e suo fratello vivevano con lui e Palaniswami si occupava delle sue poche necessità. Una pestilenza aveva allontanato la maggior parte degli abitanti della città, e di conseguenza i visitatori di Sri Bhagavan erano pochi, così rimasi solo con Lui, la maggior parte del tempo.

Gli raccontai delle mie pratiche spirituali, di ciò che avevo studiato e delle esperienze che avevo avuto. A quel tempo ero molto infelice poiché, nonostante tutto quello che avevo fatto ero tormentato dal pensiero: 'come fare o avere l’esperienza dell'unione sé/Sé?'.

Dopo avermi pazientemente ascoltato, Bhagavan citò dal Kaivalya Navaneeta: "Se realizzi chi sei, non c’è dolore." "Se comprendi chi sei, c’è pace,". Beh, non capivo cosa intendeva con “comprendere chi sei”. Bhagavan continuò spiegando che: la mente è solo un fascio di pensieri, e che se avessi cercato l’origine di tutti i pensieri sarei stato attratto nel Cuore. Simultaneamente indicò il suo Cuore.